Veleni

di Ilaria Petrarca

Il primo incontro con Nico avvenne nella cornice di una Matera dʼinizio aprile. Ero lì per pianificare un evento dellʼAgenzia per il quale mi era stato indicato come contatto locale. Avevamo scambiato delle e-mail e qualche telefonata su argomenti tecnici. Avevo anche curiosato il suo profilo LinkedIn, perciò non fui sorpresa nel trovarmi di fronte a un architetto tarchiato con pochi peli in testa e troppi sul mento. Brusco ma competente, dopo aver fatto il punto sul progetto si era unito a me e Iole per pranzo.

Lei, lucana, era stata mia compagna di studi a Roma. Non ci vedevamo da anni perché dopo la laurea avevamo intrapreso percorsi differenti. Io ero rimasta in città, mi ero sposata ed ero entrata nellʼAgenzia. Lei, invece, aveva girato mezza Europa da sola ed era tornata in Basilicata per mettere su una cooperativa agricola equosolidale insieme a due cugini paterni. Quandole avevo detto che sarei andata a Matera per lavoro mi aveva promesso il miglior piatto di strascicati della provincia. Come avrei potuto rifiutare?

Nico iniziò a fare domande appena ci sedemmo a tavola.

«Io sono di Craco, e tu?»

Scambiai il suo interesse per cortesia. Mi sembrava che cercasse di spezzare lʼimbarazzo di un pranzo fra due amiche di lunga data e un nuovo conoscente dallʼaspetto burbero. Apprezzavo di cuore la sensibilità che gli attribuivo.

«Un paese più a sud», rispose Iole toccandosi i capelli. Ai tempi in cui studiavamo insieme li portava lunghi fino a metà schiena. Ricordo i suoi riccioli scuri che strisciavano sulle pagine facendo sibilare i libri di testo con le punte. Adesso li aveva tagliati appena sotto le orecchie e li aveva ravvivati con delle striature color cioccolato che illuminavano il suo volto pallido e dai lineamenti duri.

«Quanto più a sud?»

«Sotto Tursi»

«Valsinni?»

Iole fissò il dito di Primitivo sul fondo del bicchiere.

«No, è uno di quelli sulla Statale della Valle del Sangro»

«Conosco, conosco. Dove, di preciso?»

«Sai dove sta Santa Maria della Neve?»

Lʼarchitetto impallidì.

«Chille paìse».

Avevo assistito a questo scambio di battute dapprima incuriosita, poi confusa. Nico era stato insistente, ma Iole aveva tergiversato su un argomento banale come il proprio paese dʼorigine. Perché lui non lasciava cadere il discorso? Perché lei non rispondeva?

Poggiai le spalle sullo schienale della sedia e aspettai in silenzio.

«Credo di aver perso un passaggio» ammisi.

Nico intrecciò le dita delle mani e mi raccontò questa storia.

Un uomo, cestaio di mestiere, si fermò presso una locanda di quel paese durante una tempesta. Era partito in cerca dell’untore che aveva diffuso la peste nel suo villaggio, e prima di riprendere il cammino aveva sentito il bisogno di un pasto caldo e di una notte di riposo.

L’oste gli presentò una ragazza, sua ospite dal giorno precedente. Disse che anche lei era in fuga da unʼarea infetta. Il cestaio, impietosito da una vicenda tanto simile alla sua, le offrì protezione e il mattino seguente lasciarono la locanda. La ragazza era senza bagaglio e portava al collo un vistoso medaglione.

Lui le consigliò di nasconderlo, preoccupato che potesse attrarre dei ladri.

Lei gli assicurò che finché lo avesse indossato non sarebbe potuto accadere niente di male.

Lui domandò se pesasse.

Lei rispose che era abituata a portarlo: era tutto ciò che aveva.

Lui, incuriosito, chiese cosa contenesse.

Lei si fermò e fece scattare la cerniera di metallo. Il cestaio vide nel ciondolo un volto ovale, avvizzito. Gli occhi piccoli e cattivi erano di unʼanziana. Chi era? Sua nonna o sua madre? Sono io rivelò lei, mentre lʼimmagine nella cornicetta trasfigurava. La pelle si tendeva verso le tempie e la bocca si rimpolpava nel broncio di una ragazza. Subito dopo mutava in lineamenti marcati, sopracciglia spesse e una mascella mascolina: era ora un giovane uomo. Le sorrise con lo sguardo vivo, acceso. Le labbra scavarono due rughe profonde ai lati della bocca, là dove le guance si andavano ricoprendo di peli a fior di pelle, pronti a spuntare come spine intorno al ghigno di un vecchio che il cestaio riconobbe essere l’untore.

Accecato dalla rabbia, la accusò di essere una masciara e tentò di strapparle il medaglione. La catenella gli si avvolse intorno alle dita, strisciò sul polso e lacerò la pelle fino al gomito, iniettando una specie di veleno.

Esistono diverse versioni di ciò che accadde dopo.

Secondo alcuni il cestaio morì lungo la strada fra atroci sofferenze.

Secondo altri sopravvisse fino alla vecchiaia, ma passò i giorni a evitare lʼira delle masciare.

Secondo coloro che scrissero la Storia divenne pazzo e causò le misteriose sventure che per secoli sconvolsero quel paese.

«Cosʼè una masciara

«Una strega» spiegò Nico rabboccandomi il bicchiere.

«Quindi il suo paese è un luogo dove sono ambientate leggende di streghe?»

Annuì passando al calice di Iole. Lei schermò la coppa con la mano e lui si ritrasse.

Io ero ancora più confusa.

«Quindi? Cosa cʼè di sconvolgente?»

Iole scosse la testa.

«Non puoi capire, non sei di qui».

Aveva marcato la pronuncia meridionale come le avevo sentito fare a volte al telefono con sua madre.

«Sì, ma ho visitato Triora, Riofreddo…»

Nico mi interruppe.

«Quel paese è unʼaltra cosa»

«Come si chiama?»

La mia domanda fece irrigidire entrambi.

«Non si può nominare» sussurrò Iole sistemandosi come fosse seduta su un rovo di more.

«Porta male» aggiunse lui.

«Mi state prendendo in giro? Siamo nel ventunesimo secolo, a Matera. È la città europea della Cultura, mica della superstizione!»

Vidi Iole sorridere sotto i baffi. Nico no, lui sciolse le mani guardandomi come fossi una sciagurata. Era chiaro che da lui non avrei cavato nullʼaltro che quella leggenda.

Avvicinai allora la testa verso la mia amica.

«Dai, dimmelo tu in un orecchio».

Lui le lanciò unʼocchiata carica di significato che lei sostenne senza dire una parola. Sembravano capirsi mentre io non ci capivo niente.

Iole si accostò a me e si tese allungando il collo, come a rivelarmi chissà quale segreto. Appena schiuse le labbra e un accenno di respiro mi soffiò sul lobo, lui la afferrò per un braccio e la scrollò con vigore.

«Ma che modi!» saltai su in sua difesa, ma mi accorsi ben presto che quello fuori controllo non era lui.

Iole gli prese la mano, tozza e pelosa come quella di un uomo preistorico. La tenne avvolta nella sua destra, dita nelle dita, e la portò al taschino della camicia dellʼarchitetto per prendere la biro che vi teneva. Lui oppose resistenza in un braccio di ferro al contrario che durò pochi secondi e vinse lei: gli fece impugnare la penna restando a guida dei movimenti con la sua stessa mano, e tra scatti e contrazioni gli impose di scrivere sulla tovaglietta di carta dellʼosteria.

«Leggi».

Nico lanciò un urlo cavernoso, i nostri vicini di tavolo si girarono dallo spavento.

Iole insistette.

«Leggi!»

Lʼinchiostro aveva formato dei disegni, nove lettere dellʼalfabeto raggruppate in quattro sillabe: il nome di quel paese.

Un cameriere anziano accorse verso il nostro tavolo chiedendo cosa stesse succedendo. Dʼistinto mi alzai, a scusarmi con lui e tutti i presenti. Ero mortificata dal comportamento dei miei compagni e avevo il cuore che mi usciva dal petto tanto mi sentivo turbata.

Iole si liberò di Nico come scacciando una zanzara, poi si avventò sulla mia borsa e corse via. Ma dove andava con il mio portafogli, le chiavi di casa, la chiavi della macchina? La inseguii superando il cameriere e scontrandomi con un altro, che per un pelo non fece franare un vassoio di fritti.

Nel parcheggio riconobbi il motore acceso della mia auto, Iole al posto di guida faceva cenno di sbrigarmi. Montai su senza pensarci e prima che potessi chiudere la portiera il suo piede già aveva lasciato la frizione.

Risalimmo la via Appia mentre la radio annunciava che un terremoto devastante aveva colpito la Basilicata, e che lʼepicentro era stato individuato pochi chilometri sotto la cittadina di Craco.

Non parlammo per ore. Io stringevo la borsa al petto, lei teneva gli occhi fissi allʼorizzonte. Radio Radiosa diventava Radio Stella Salerno prima, Radio Monte Carlo poi e Virgin Radio infine.

Smontò alla stazione Tiburtina e mi ringraziò con un filo di voce. Sparì lasciando le chiavi nel quadro della macchina.

Lʼultimo incontro con Nico avvenne per caso su una terrazza milanese una sera di luglio. Il mio spritz era già a metà, lui era al secondo.

«Mi dispiace che abbiano sospeso il progetto»

«Anche a me»

«Adesso di cosa ti occupi?»

Gli raccontai a grandi linee cosa stavo facendo, evitando di guardarlo negli occhi perché non ci eravamo più parlati da quella volta a Matera e ne ero ancora turbata.

Portava una camicia con le maniche arrotolate che lasciavano gli avambracci scoperti. Dei segni rossi spuntavano dal cotone. Cosʼerano? Bruciature, abrasioni, graffi?

Si accorse del mio interesse, posò il calice sul davanzale e mi mostrò il braccio destro per intero. La pelle era deturpata da decine di cicatrici, spesse e in rilievo, simili a un groviglio di serpenti attorcigliati.

«Vuoi sapere come me le sono fatte?»

Credevo di conoscere la risposta, dunque non domandai spiegazioni.

Se fosse diventato anche pazzo lo scoprii subito dopo.