Pubblicato in: Interviste difettose

Interviste Difettose: Giorgia Lepore

di Elena Ciurli

La protagonista di questo appuntamento di Interviste Difettose è la scrittrice pugliese Giorgia Lepore.

Con il suo primo romanzo L’abitudine al sangue (Fazi, 2009) è stata finalista al Premio Acqui Storia,  I figli sono pezzi di cuore (2015) e il nuovo Angelo che sei il mio custode (2016) sono invece usciti con Edizioni E/O.

Vive a Martina Franca. Archeologa, assegnista di ricerca di Archeologia e Storia dell’Arte Paleocristiana e Altomedievale all’Università degli studi di Bari, insegna Storia dell’Arte nelle scuole superiori e Storia dell’arte Medievale presso la facoltà di Beni culturali a Taranto.

Giorgia ha una voce che ti piace ascoltare da subito; le sue parole si tingono di nero, ma anche del colore del mare, per scavarti dentro fino a dove serve.

Come ti sei avvicinata alla scrittura? Qual è stato il tuo primo romanzo?

Alla scrittura mi sono avvicinata molto tardi. A parte qualche racconto e le consuete poesie adolescenziali, non avevo mai scritto nulla fino a 37 anni, e mai avevo pensato di pubblicare un romanzo. Nel frattempo però avevo scritto molti articoli e saggi archeologici, pubblicazioni di scavo, testi di natura storico-artistica.

Diciamo che il mio settore era quello e non pensavo di cambiare… Poi le cose sono andate diversamente. In un momento che potrei definire di “passaggio” della mia vita, una mattina mi sono seduta e ho cominciato a scrivere una storia che avevo in testa da un po’, e non mi sono più fermata per tre mesi, finché non l’ho finita. A quel punto, mi sono chiesta: bene, e ora che ci faccio con questa cosa? Non avevo davvero idea di come procedere. Ho cercato su internet come fare, all’epoca non conoscevo nessuno a cui chiedere un consiglio, e un po’ a tentoni ho scelto alcune case editrici a cui mandare il manoscritto (erano sei o sette, più o meno) e ho spedito. Mi risposero in tre, e tra queste c’era Fazi. Così nacque L’abitudine al sangue, il mio primo romanzo. Una storia ambientata a Bisanzio nell’altomedioevo, diciamo molto “mia”, come ambientazione, considerato che io sono per formazione un’archeologa medievista.

Viene prima la trama o il personaggio? Puoi raccontarci i meccanismi del tuo processo creativo?

Ti direi d’istinto che viene prima il personaggio. Una sorta di fantasma che racconta la storia.

Le mie storie nascono tutte narrate in prima persona, e poi decido se dare questa forma o se passare in terza. L’abitudine al sangue è stato scritto in prima persona al maschile, e fu una cosa difficile e bellissima. Per il secondo, I figli sono pezzi di cuore, avevo cominciato allo stesso modo, ma poi ho modificato la voce narrante, passando a una terza persona, che però per certi versi funziona come una prima, e con l’uso frequente dell’indiretto libero, che ho scoperto essere una modalità molto congeniale al mio modo di raccontare. Ho deciso di usare la terza perché mi dava maggiore distacco e quindi maggiore controllo. Era un noir, avevo bisogno di un controllo assoluto, e questo mi permetteva di prendere il punto di vista anche degli altri personaggi, come se fossero tante prime persone. Devo dire che mi sono trovata bene con questa scelta, ma su altre cose che ho in fieri, e che spero di finire prima o poi, sto di nuovo sperimentando la prima.

Per quanto riguarda il resto, il personaggio e la storia dettano a loro volta lo stile, il linguaggio. Fatte salve alcune caratteristiche personali della scrittura, non credo che lo stile, il linguaggio, il ritmo, debbano essere le stesse per ogni storia.

Ogni storia va raccontata in un modo, che è quello, il suo, e non può essere un altro. Mi piace sperimentare strade diverse.

Non faccio schemi (tranne che per le date e la successione cronologica dei fatti, in un noir devo farlo per forza), non faccio scalette, in genere comincio a scrivere seguendo un ordine mio, una sequenza logica degli eventi, che poi non è quella finale. Quando ho tutto faccio una sorta di montaggio: taglio, sposto pezzi, riscrivo parti, aggiungo altri pezzi di raccordo. Insomma, non è un modo molto ordinato, credo, però per me funziona, anche perché non ho la possibilità di chiudermi dentro e scrivere fino allo sfinimento, come molti altri fanno (beati loro…).

In Angelo che sei il mio custode, il tuo ultimo romanzo, il territorio è presente come un vero e proprio personaggio. Quanto è forte legame con la tua terra?

angelo che sei il mio custodeÈ fortissimo. Mi fa piacere che questa cosa si noti, perché ci tengo molto. Diciamo che per me è forte il legame con il territorio in generale, non solo con il mio in senso stretto. Forse per la mia formazione, per i miei studi, per il lavoro che ho fatto per tanto tempo, sento molto la “terra”, il paesaggio, il contesto.

Sono abituata a osservare, a girare a piedi, a vagare per campagne. Il Gargano – e Monte Sant’Angelo – non è la mia terra: da dove abito io ci sono circa duecento chilometri, la Puglia è lunghissima… Ma è mio sotto tanti aspetti, perché l’ho studiato, perché lo amo molto e quindi sì, alla fine è anche mio.

Perché una donna dovrebbe scrivere una cosa del genere? (Questa domanda mi è stata posta in passato da un uomo.) Pensi che il noir, soprattutto in Italia, sia ancora etichettato al maschile?

E quell’uomo che fine ha fatto? No, perché se non gli hai fatto passare un brutto momento tu, potrei sempre farlo io. Perché una donna scrive, non te lo ha chiesto? Perché non fa solo la mamma e la moglie? Perché non fa tanti bambini, perché non sta a casa a cucinare, ah ci sarebbero un sacco di domande prima di questa…

In Italia il noir è ancora etichettato al maschile, sì. Siamo indietro in modo impressionante. È una cosa che mi farebbe ridere, se non fosse molto avvilente. Insomma capisci che non ha senso, che non è normale dover motivare o giustificare una cosa del genere.

Qualcuno ha mai chiesto agli uomini perché scrivono romanzi, che siano d’amore, o di qualunque altra cosa? Non mi pare.

Quando poi sento parlare di noir in rosa, davvero vorrei mettermi a lanciare coltelli. Tipo Kill Bill, hai presente? Però non essendo Uma Thurman mi sa che è meglio astenersi, e mi limito a lanciarli mentalmente.

Quali sono state le letture che ti hanno maggiormente influenzata in questi ultimi anni?

Una scoperta di questi ultimi anni è stata Jo Nesbo. Sia la serie di Harry Hole, sia gli altri, li trovo bellissimi: da lui c’è da imparare molto per la capacità di costruire trame e personaggi, lo sviluppo narrativo orizzontale e verticale della serie, l’evoluzione psicologica nel tempo, e anche quando qualcosa non torna o è inverosimile (succede anche a lui) sono disposta a perdonargli tutto. Poi la Vargas, anche lei è una maestra, tuttavia mi pare che non abbia retto altrettanto bene negli ultimi romanzi. Ma ce ne sono alcuni di Adamsberg e dei Tre evangelisti che sono davvero splendidi.

Tra gli italiani, a parte i riferimenti di vecchia data che sono Carlotto e De Giovanni, un autore che mi ha colpito moltissimo in ambito noir è Luigi Romolo Carrino: un lavoro sui testi linguistico e stilistico di altissimo livello. Ma devo dire che da tutti gli scrittori della collezione Sabotage ho molto da imparare.

Grazie Giorgia, speriamo che il tuo Gerri torni a trovarci presto in un prossimo libro. 

 

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