Pubblicato in: Donne Seriali

La morte è l’unica dieta che funziona – in Santa Clarita Diet

di Francesca Santi

Nel precedente articolo avevo preannunciato che avrei recensito un’altra serie sui “non morti”: dopo avervi parlato di un “teen drama”, ho optato per una commedia nera, un prodotto d’evasione come “iZombie”, ma che reinventa una tematica sin troppo sfruttata, puntando tutto sull’ironia.

La trama è lineare e ben costruita. Sheila e Joel sono una coppia affiatata, hanno una figlia in gamba e lavorano per un’agenzia immobiliare. Un giorno, poco prima di mostrare una casa a un cliente, Sheila ha un violento malore che si rivela letale, ma solo quando un suo collega la molesterà e lei si difenderà divorandolo si renderà conto di essere diventata uno zombie.

Proprio come Liv di “iZombie”, Sheila è in pieno possesso delle sue facoltà dopo la sua trasformazione, anzi, è come se con la morte si fosse lasciata alla spalle le sue zavorre: è iperattiva, sicura di sé, spregiudicata e si piace di più… anche il sesso ne trae giovamento, insomma, si direbbe che non sia mai stata così viva.

Il matrimonio tra Sheila e Joel è solido, ma non è semplice far sparire un cadavere, né procurarsi carne umana sempre fresca e passare inosservati, soprattutto quando si ha come vicino un poliziotto ficcanaso, interpretato da Ricardo Chavira – già marito di una scontenta Eva Longoria nella celebre “Desperate Housewives”. Sono convinta che questa scelta non sia casuale perché i richiami alle vicende di Wisteria Lane sono parecchi, a partire dall’ambientazione e dalla classe sociale dei personaggi: le graziose villette a schiera dove vivono tranquille famiglie borghesi, in apparenza così ordinarie da far sbadigliare di noia, nascondono oscuri segreti. Il capolavoro di Marc Cherry comincia con una casalinga perfetta che si spara un colpo in testa dopo aver sbrigato meticolosamente tutte le sue faccende e ritirato i vestiti in tintoria, mentre “Santa Clarita Diet” comincia con una donna imperfetta che inonda di vomito il bagno della casa che dovrebbe riuscire a vendere per compiere uno scatto di carriera. Entrambe muoiono, ma se per la prima la morte è una liberazione, per la seconda è una rinascita.

Il punto di forza della seria è la coppia di protagonisti: Sheila-Drew Barrymore, che non ha bisogno di presentazioni, e Timothy Olyphant (già protagonista della splendida “Deadwood”) sono favolosi insieme e danno vita a gag molto divertenti. Il personaggio di Joel, in particolare, è molto ben delineato: seppur sconvolto dal cambiamento della moglie e costretto a forzare la sua natura pacifica per procurarle il nutrimento, è animato da un sentimento che non vacilla mai e il suo affannarsi per amor di Sheila intenerisce non poco.

Degni di nota sono anche la figlia Abby (Olivia Hewson, vista di recente in “Bombshell”) e il suo amico Eric (Skyler Gisondo, che gli amanti dell’horror ricorderanno nel primo “Halloween” di Rob Zombie) che portano sullo schermo due adolescenti coi problemi tipici della loro età, ma non tormentati, né patinati come quelli che popolano un buon 70% delle serie di cui sono protagonisti: il fatto che siano un po’ goffi, che il rapporto coi loro genitori non sia costituito da drammi laceranti, bensì da screzi, incomprensioni, affetto e momenti di complicità, ma soprattutto che non si atteggino come se fossero in procinto di apparire in un servizio fotografico su “Vogue”, fa venire voglia di abbracciarli. A proposito dell’aspetto, un plauso speciale va alla protagonista: Drew Barrymore, mai artificiosa e sempre pronta a prendersi in giro, è un personaggio assai lontano dalle poco credibili casalinghe-top model disseminate nel mondo delle fiction.

Lo splatter è un surplus per gli appassionati del genere come me, ma può infastidire gli stomaci deboli: se potete sopportare smembramenti a gogo e un frequente sgranocchiare di dita, “Santa Clarita Diet” vi piacerà… Premesso che adoro “The Walking Dead”, dopo dieci stagioni di seriosità concentrata e tragedie a catena, avevo bisogno di sorridere un po’ e questa serie è perfetta per svagarsi, grazie anche al buon ritmo e alla brevità delle puntate (poco più di venti minuti contro i canonici quarantacinque/cinquanta).

La nota dolente è che nonostante gli ottimi ascolti e una petizione lanciata dagli utenti, Netflix ha cancellato la quarta stagione, lasciandoci con un finale che avrebbe potuto essere un ottimo cliffhanger e che, invece – ahimè! – è la conclusione di una serie che avrebbe meritato di continuare.

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