Pubblicato in: Eventi

Nota Bene: dove musica e letteratura si incontrano

a cura di DONNE DIFETTOSE  e COVERGREEN

con il patrocinio e il sostegno del COMUNE DI SAN VINCENZO

Nota Bene è un evento unico nel suo genere: un pomeriggio dove note, parole e immagini della musica, della letteratura, del cinema, si incontrano in un equilibrio perfetto; artiste che hanno contaminato la propria opera servendosi di varie discipline espressive, donne protagoniste di storie più o meno note di romanzi e film.

Donne Difettose, in collaborazione con l’associazione culturale Covergreen proporranno una selezione di musicist*, scrittrici, band, che con il proprio talento hanno creato pezzi indimenticabili nel panorama culturale mondiale.

Attraverso le letture, la proiezione di video e l’ascolto dei brani scelti, il pubblico potrà fare un viaggio nella storia della musica e dell’arte.

Ci saranno tante perle del rock e della letteratura contemporanea, ma anche pezzi più pop, e romanzi classici. I mix possono sembrare azzardati, invece insieme suonano alla perfezione.

L’appuntamento è previsto per domenica 8 maggio, alle ore 18.00, presso la Biblioteca Comunale di San Vincenzo.

Per ulteriori info: 0565/707273; donnedifettose@gmail.com

Pubblicato in: Rivista

Manuale di sopravvivenza ai quartieri

di Valentina Formisano

(Come adattarsi velocemente al Prugneto)

Prima di tutto, compratevi un barboncino.

E che ne so.

Qua c’hanno tutti il barboncino.

Vabbè… tutti tutti proprio no. Ma la maggior parte.

Fidàteve.

Compratelo e mettetelo da parte.

Armatevi di tanta pazienza per sopportare Mario.

Mario ve rompe er cazzo.

Tutte le mattine.

Che siate fiche, che siate vecchie, che siate uomini o donne: Mario ve rompe er cazzo perché passate sul suo territorio.

Attraversate il ponticello?

Mario ve rompe er cazzo.

Passate davanti a Lardo (quel bar che fa i cornetti molto light)?

Mario abita là e ve rompe er cazzo.

Vi chiede tutte le mattine la stessa cosa: «Aoooo!!! Andó stai a anna’, da Lecci?» e lo sa bene che tutte le mattine voi andate da Lecci, ma deve fa’ la sua domanda retorica altrimenti non se sente bene, altrimenti je piglia n’infarto se non ve fa tutte le mattine la stessa domanda a cui voi date da sempre la stessa risposta. Allora voi rispondete di sì, state andando proprio là, come ogni santa mattina, perché voi andate a scroccare il wi-fi, perché c’avete quarant’anni e state ancora studiando (come ogni radical chic che si rispetti) ma in realtà siete solo dei disoccupati sull’orlo del fallimento che se bevono i caffè con gli spicci elargiti dai genitori nel bistrot storico più figo di Roma. E allora millantate di essere registi, compositori, autori di sceneggiature per il cinema e sfoggiate un Mac abbastanza vecchio ma col suo design eternamente attuale. 

Ecco: procuratevi anche un Mac, o almeno un iPad. Ve serve. Lo sfoggiate tra i tavoli retrò del Lecci e siete sempre gli stessi quattro che non sfondano mai: nessuno viene mai pubblicato, nessuno arriva mai nelle sale se non al massimo in qualche proiezione rionale autofinanziata al Cinema Eburneo o al Cinema Rapace. Siete voi e quell’artri tre, ogni mattina, sempre voi, che ancora non v’hanno ingaggiato per nessuna fiction né vi hanno scritturato per un film, Netflix non v’ha telefonato, non vi è stato proposto un contratto come fashion designer per la Nike. Niente.

Andate ogni mattina da Lecci e ogni mattina Mario v’arisponne: «E allora vanne, vanne! Vanne ‘mpò da li procioni che dopo te passo a trova’, ahahahah!!!». Però state tranquilli che tanto non ci viene.

I Marî sono territoriali, controllano solo alcune zone, passano in certe vie e non in altre. Per fortuna Lecci è parte di una giurisdizione del Prugneto a sé non supervisionata dai Marî.

Però mica c’ha torto Mario quando ve dice così. Da Lecci infatti vige l’impossibilità di riproduzione della specie. E quello perciò nun ce vène! Non è solo una questione de territorio: la questione è seria, la questione è la fregna. E da Lecci la fregna è argomento che non interessa.

Ma questo è proprio il momento di giocare il Jolly, di tirare fuori l’asso dalla manica e di calarlo teatralmente schiantandolo sul tavolo. Voi… da Lecci… cacciate il barboncino.

Ve l’avevo detto de procuravve ‘n barboncino.

Perché ‘ndo annàte senza barboncino? Che, per caso, volete fa’ la figura degli etero? Guardate che non lo so se ce li hanno i tavoli per gli etero.

Quelli ve controllano il green pass ma pure il livello di gayfriendness che possedete puntandove n’esposimetro addosso. Come minimo ‘na mascherina arcobaleno la dovete indossa’ sennò nun entrate. Procurateve velocemente anche quella.

Da Lecci ce se va solo col canetto fru fru.

Vedi entrare un figo da lontano col fisico perfetto e lo sguardo seducente? Se guardi in basso, ti accorgerai che quel pezzo de fregno reca al guinzaglio una nuvola di pelo bianco che sculetta tale e quale a lui.

1ª possibilità di riproduzione naufragata appena dopo il cancello d’ingresso.

Vedi un hipster coi tatuaggi fighi dirigersi dal bagno verso i tavoli? Se guardi sotto il tavolo noterai legato alla sedia un cazzo di barboncino.

2ª possibilità di riproduzione fallita.

Scorgi una tavolata di giovani ragazzi fashion e pensi “Wow! Questi sì che hanno buon gusto!”. Poi ti rendi conto che hanno un barboncino a testa e che probabilmente si accoppiano tra di loro (no, non i barboncini).

3ª possibilità di riproduzione archiviata.

In tutta ‘sta impossibilità di rimorchiare il mio rilevatore di testosterone ha captato un barista etero. Il tipo è bello assai, io disegno, lui pure, allora ogni tanto parliamo di tatuaggi e cose così. Credo di averlo conquistato pur non essendo io tutto sto granché. Per esclusione, in mezzo a tutti sti uomini che si amano, glie resto solo io. E infatti mi parla spesso, mi chiede consigli sulle tecniche e sulle matite migliori.

Un giorno mi fa tutto ammiccante: “Ciao! Dopo quando stacco… ti faccio vedere una cosa… ”.

“Finalmente si tromba!”, penso tutta gasata, sconvolta e stremata da questi mesi di astinenza rionale. Aspetto che finisca il turno, (capito? Me lo fa vedé!) infatti lo noto che si avvicina. Con un album da disegno.

Ma che cazzo, me mostri i disegni? I disegni? Ma famme vedé un bicipite almeno, con la scusa der tatuaggio!

No.

Lui me fa vedé i disegni sugli F4 d’aa scòla media. I disegni me fa’ vedé. E niente… vor di’ che je faccio proprio schifo se siamo noi due, unici superstiti sull’isola gay, e me fa vedé i disegni.

Ergo. Per sopravvivere a Mario, nascondetevi da Lecci. Ma per sopravvivere a Lecci, procurateve ‘n vibratore.

Ma parliamo della mobilità al Prugneto. Qua al Prugneto le case ora costano un botto perché dopo sette anni di cantieri sono riusciti finalmente a portare ‘na fermata della metro C, quella che sostanzialmente non porta da nessuna parte utile, ma è servita agli immobiliari per raddoppiare il valore di ogni catapecchia.

Grazie all’ATTACK di Roma Capitale abbiamo una serie di tram, bus e ora anche la metro. Pazzesco. Dunque procuratevi un abbonamento ATTACK perché, non fate gli stronzi, il biglietto se paga. Pure a Roma. Sì, pure a Roma. Procuratevi un abbonamento e poi salite sul 14.

Procuratevi un miscelatore con boccaglio e bombole portatili pressurizzate. Vabbè, l’abbonamento è economico però i dispositivi personali di sopravvivenza costicchiano un po’, ma che volete fa’… vorrete mica mori’? No. Appunto. Procuratevi l’ossigeno.

Qua nun ce so’ mai stati i no-mask.

Provate un po’ a sali’ sul 5 o sul 14 e a tirarvi giù un attimo la mascherina perché con tutta quella folla vi viene l’affanno e vorreste tentare di respirare meglio.

Provateci.

In tre nanosecondi venite sopraffatti dall’alito all’aglio de uno, dall’ascella de cipolla de n’antro, dall’aura di cumino de n’antro ancora e dai cartoni al piscio del barbone diretto alla stazione Tèrmiti. ‘Na botta ‘n faccia, così, appena provi a tira’ fori il naso dalla mascherina.

Per la vita diurna, ricapitolando, basta poco… un barboncino, un dispositivo elettronico con la mela, mascherina arcobaleno da usare come copriboccaglio, delle bombole d’ossigeno e l’abbonamento ATTACK.

(Il vibratore solo se sfortunatamente siete donne).

Per quanto riguarda il Prugneto by night invece oltre alle suddette attrezzature, dovete procurarvi un piccolo dizionario degli slang romaneschi. La sera infatti arrivano persone da tutta la città, persino quelli da Roma nord, quell’area mitologica della città di cui noi poracci di periferia abbiamo solo sentito parlare e di cui dubitiamo pure della reale esistenza. Magari è solo ‘na leggenda per metterci paura, per non farci uscire dal quartiere perché, mi pare pure giusto, i radical chic è meglio tenerli nella riserva protetta e non farli diffondere troppo. Ve serve un dizionario perché quelli de Roma nord che vengono a fare l’aperitivino nel nostro quartiere fanno sempre finta che nun ce capiscono, manco fossero atterrati in quel momento a Fiumicino direttamente dai Boulevard de Paris. Fanno i sofisticati, si comportano come i demoetnoantropologi dell’800 in esplorazione dell’Africa sud occidentale a contatto con la popolazione primitiva dei Boscimani, forse anche indotti in confusione dall’alto tasso di negroni. Non Negroni con la N maiuscola. Non il tasso alcolico. Insomma, la sera al Prugneto avrete modo di conoscere i vostri concittadini senza spostarvi di un centimetro dal quartiere. Ce vengono tutti, salvo poi dire che il Prugneto fa schifo al cazzo, che Lecci pure fa schifo al cazzo e che non è niente vero che ce annàva Pasolini. Ecco. Per sopravvivere al Prugneto, abbiate sempre a portata di mano anche un saggio di PPP sennò non siete nessuno, sennò annàtevene a vive a Centomilacelle, emigrate altrove.

(Eventuali nessi fattuali o assonanze con realtà romane esistenti, tipo quartieri come il Pigneto, locali storici come Necci, Burro, il cinema Aquila e l’Avorio, aziende partecipate tipo ATAC, o altri riferimenti a cose e persone realmente esistenti sono puramente casuali).

Pubblicato in: Rivista

Profumo di lavanda

di Pamela Frani

Perché, quando il martedì Isabellinalapiùbellina, con i capelli ricci e più confusionari dei giardinetti, ti corre incontro e ti chiede: Monica giochiamo a cavalluccio? tu istintivamente la prendi sulle spalle e inizi a trotterellare con entusiasmo, e cloppete e cloppete. 

Lei fa ciao ciao con la manina alla sua mamma che sta in terrazza con le amiche a bere uno spritz, mentre tu, Monica la superbabysitter, ti occupi di Isabellinalapiùbellina e di Carlomoccolo. E Isabellinalapiùbellina adora mettere i suoi capelli davanti ai tuoi occhi, mentre, e cloppete e cloppete, correte in giardino. E poi insieme a Carlomoccolo giocate a tic tac bomba, e anche tu Monica la superbabysitter ti metti nel circolo con i bambini, perché solo tu sai contare fino a venti e poi dire tic tac bomba, mentre vi passate il cappellino da una testa all’altra. E di nuovo a correre a cavalluccio, e cloppete e cloppete, con la testa dei bambini attaccata alla tua e le manine appiccicose attorno al collo. 

Continua a leggere “Profumo di lavanda”
Pubblicato in: Rivista

Essere Lady D.

di Valeria Micale

Due miliardi e mezzo di persone, praticamente la metà della popolazione mondiale. Se lo ricorda benissimo, è rimasta incollata davanti allo schermo tutta la mattina e infatti ha bruciato il pranzo. Dio, quanto ha pianto. Al ritorno dal lavoro suo marito si è spaventato, che è successo, le ha detto, pensava ai bambini, lei col mento che le tremava ha indicato la tv e lui: te pòssino, e giù una bestemmia. Ha buttato il pollo e hanno mangiato tonno in scatola. Se l’è riguardato mille volte sulla videocassetta, finché il VHS si è rotto e suo marito invece di farlo riparare ha comprato il lettore dvd. Oggi è scesa in garage e sta sfogliando le pagine del numero speciale che conserva insieme a un’intera collezione di riviste, inserti e altro su Lady D. Lo fa ogni volta che si sente avvilita dalla stanchezza o dalla noia: si infila in macchina, si mette comoda e legge. Bisogna sempre avere un luogo in cui rifugiarsi, e per lei quel luogo è la corte d’Inghilterra, o un panfilo ormeggiato al largo della Costa Smeralda, o un lussuoso hotel di Parigi.

Per essere Lady D. bisogna arrivare vergini al matrimonio. Lei non lo era, ma tanto suo marito non se n’è accorto. Le ha appoggiato il cazzo mezzo moscio sulla porta ed è venuto con un grugnito e lei è rimasta incinta. L’amore l’aveva già fatto con un paio di ragazzi che le facevano il filarino, niente di importante.

Lady D. era una brava mamma. Quindi, cercare di essere una brava mamma. Fare cose tipo vincere la gara di corsa delle mamme il primo giorno di scuola. Invece arrivarono in ritardo perché la sera prima suo marito si era ubriacato e si era fatto un taglio sulla testa inciampando nel camioncino del Lego; lei l’aveva dovuto medicare e aveva dovuto pulire dal vomito il divano e la moquette e perciò la mattina non aveva sentito la sveglia. Le maestre l’avevano guardata male e si erano portate i bambini in classe come se li togliessero dalle mani di una povera pazza. O una scema. Ma lei non è pazza, né scema. Quelle stronze. Pensare che si era pure messa la gonna larga e i mocassini per poterseli sfilare facilmente e correre sul prato. Al posto del prato c’era una passatoia di linoleum che copriva il pavimento pieno di buchi. Ma cosa ci avevano fatto, poi, per riempirlo di buchi. Fili, tracce, boh. Che scuola di merda.

Il segreto per avere lo sguardo di Lady D. è abbassare il mento e guardare da sotto in su, girando gli occhi di lato. Lato sinistro. Se li guardi in quel modo, gli uomini non sanno dirti di no, garantito al cento per cento. Ne ha la prova col suo capo, ogni volta che deve chiedere un permesso al lavoro perché suo padre si è sentito male oppure perché deve andare al dispensario a prendere le traverse. Lui dice di sì e il giorno dopo le chiede un pompino. Dovresti chiedere la 104, le dice.

È davvero un casino, in garage. Si deve mettere ordine. Quelle scatole vanno accanto al VHS rotto perché contengono le videocassette. Qualcuno dovrà riversarle, prima o poi. Le damigiane si possono eliminare perché, tanto, vino non ne comprano più, suo marito ha smesso di bere, per fortuna. Quando beveva, una settimana sì e una no lei finiva al Pronto Soccorso. Sono caduta, diceva. Oppure: ho sbattuto sulla vasca da bagno. Anche il seggiolino per l’auto si può dare via. Liberare spazio.

Saper ballare. Questo è essenziale. Lady D. amava il ballo. Ballava ogni volta che ne aveva l’occasione. Lo dovremmo fare tutte. Lei balla quando è sola in casa; mette la musica a volume altissimo e si guarda riflessa nei vetri dei balconi. Con le serrande abbassate, ovvio, se no la vedrebbero da fuori. Fa finta di essere alla Casa Bianca e ballare con John Travolta. Gli svolazza tra le braccia, fa ruotare la gonna, e alla fine si piega in una riverenza e lui le fa l’inchino. Da quando è ingrassata, però, le manca il fiato.

In una cosa è meglio NON essere come Lady D.: mai confidarsi con qualcuno. Meglio sarebbe non avere segreti, ma come si fa? Smettere di prendere la pillola senza dirlo al marito. Abortire senza dirlo al marito. Baciare sulla bocca il migliore amico del marito. Sfilare banconote dal portafoglio del marito. Uh, quante cose è meglio tenere per sé. Andare ad abortire da sola, però, non è bello.

Lady D. era infelice. Infelice così tanto da ammalarsi. Depressione, bulimia. Ci sono certe foto in cui è l’ombra di sé stessa. Disgraziatamente, a lei l’infelicità fa venire fame. Ci ha provato, a vomitare, dopo aver ingurgitato un’intera vaschetta di gelato, un barattolo di maionese con i crackers e due sacchetti di popcorn, ma non c’è riuscita, anzi ha dormito alla grande. I ricchi infelici dimagriscono, i poveri ingrassano. Lei ha messo su venti chili nell’ultimo anno. Meglio, comunque, così suo marito si tiene alla larga. È stata una liberazione, disfarsi di quel pisello moscio e di quell’alito da topo morto. Quello che le dispiace è non poter più indossare l’abito da sposa. 

Era identico, copiato alla perfezione. A costo di sembrare fuori moda, perché non erano mica più gli anni Ottanta. Taffetà di seta avorio, maniche a sbuffo, fiocchetti. Si era sentita veramente una principessa, quel giorno. Dopo la prima gravidanza l’aveva fatto allargare per poterlo indossare ancora e ancora. Alla sartina aveva detto che l’aveva messo in vendita e che l’acquirente era una taglia 48. Così ha potuto continuare a indossarlo in segreto per anni. Adesso è in garage pure quello, nello scatolone bianco accanto alla collezione di riviste.

Ora, come si fa ad amare un musulmano? Lady D. amava un musulmano. Non Dodi, quello era solo un passatempo, un chiodo-scaccia-chiodo. Il suo vero amore era un chirurgo pakistano. Era persino volata in Pakistan a conoscere la famiglia, ma quelli non l’avevano voluta, nonostante fosse la principessa del Galles. Così si era buttata nelle braccia di Dodi. Succede che ci buttiamo nelle braccia sbagliate. Lei dei musulmani ha sempre avuto paura, finché non ha conosciuto Ahmed. Sta davanti all’hard discount e aiuta i clienti a trasportare i carrelli carichi di spesa fino alle macchine. Sempre con quelle ciabatte e i piedi di fuori, anche d’inverno. I piedi dei neri hanno il dorso marrone e la pianta rosa. Anche se Ahmed, in effetti, non è proprio nero. Un giorno che pioveva è scivolata su un volantino ed è caduta lunga per terra, le bottiglie si sono rotte e il sugo di pomodoro è finito sul marciapiede. Ahmed è corso ad aiutarla, le ha chiesto se si era fatta male, l’ha aiutata a rimettersi in piedi, ha raccolto i cocci di vetro, l’ha fatta sedere sulla cassetta della frutta che usa come sgabello, si è offerto di portarle un bicchiere d’acqua. Dove l’avrebbe preso, poi, ‘sto bicchiere d’acqua. In ogni caso lei ha detto no. Non si fidava. Vengono qui per rubare il lavoro agli italiani o per farsi esplodere in mezzo alla gente. Intanto che cercava di ripulirsi dal fango, lui è tornato con due sacchetti nuovi e ci ha rimesso dentro tutta la spesa: scatolette, carta igienica, lattine di Coca Cola, cotone idrofilo. Lei ha controllato che non mancasse niente. Da allora si salutano, ogni tanto scambiano qualche parola. Ahmed viene dal Marocco, ha lasciato lì la moglie e quattro figli. A volte pensa come sarebbe stata la sua vita se avesse sposato Ahmed.

Chiude la rivista e la poggia sul sedile accanto. Due miliardi e mezzo di persone. Per lei ce ne sarebbero al massimo una ventina. Si soffoca, in garage. Aziona il telecomando della saracinesca, abbassa i finestrini, avvia il motore. Guida lungo la strada deserta, velocità di crociera. Quando imbocca il sottopassaggio, schiaccia il pedale dell’acceleratore. È più facile essere amate da morte che da vive.

Pubblicato in: Rivista

Firmato: la resp. dott.ssa Tissen

di Elena Marrassini

La dottoressa Tissen negli ultimi giorni ha un sospetto che la morde da dentro, sempre più forte: forse ha davvero il pollice nero. Le piante continuano a morirle fra le mani e ogni tanto muoiono anche senza che le tocchi. Eppure a lei piacciono le piante. Le son sempre piaciute, come piacciono di solito le cose e le persone che non si possono avere. Che poi a ben pensarci lei le piante le ha sempre viste come metà cose e metà persone. O almeno come metà cose e metà animali, insomma.

La dottoressa Tissen sospetta altresì di avere nero anche l’umore, molto nero ultimamente. Praticamente da quando è in pensione. Non lo avrebbe mai creduto possibile. Ma quello dipende dagli altri, non dal suo pollice e nemmeno dal suo sguardo. Anzi, la colpa è sicuramente degli altri condomini del palazzo, diciamolo.

E pensare che lei si era preparata molto a quel passaggio, al pensionamento, al trasloco, alla sua nuova vita in quella palazzina signorile in zona silenziosa a due passi dal centro. Si era preparata benissimo, file dopo file. Aveva memorizzato nel suo computer idee, spunti, suggerimenti per il manuale della pensionata felice, o almeno sportiva, intellettualmente attiva e piena di interessi. Soprattutto piena di quegli interessi che aveva dovuto trascurare durante la sua carriera lavorativa, fatta solo di normative, di responsabilità, di graduatorie nei concorsi pubblici e progressioni verticali. Primo fra tutti, aveva castrato il suo interesse per il giardinaggio e la cura dei fiori in vaso.

Aveva sempre avuto dei terrazzi tristi, lei. Cosa c’è di più triste di un terrazzo tinto di smog e vuoto che si affaccia su strade piene di automobili? Unica compagnia le polveri sottili, il rumore del traffico e la macchina del condizionatore, anche lei grigia di polvere. Usciva la sera a fumare su quei terrazzi finti, come li chiamava lei, gli stessi in ogni città, sognando di smettere finalmente di discutere, di scrivere intere mail che nessuno leggeva ma che sarebbero servite al momento opportuno per scagionarsi da accuse, le più disparate Si spaziava dal vedersi rinfacciare di non aver tenuto i necessari contatti coi fornitori, al fatto di non avere convocato tutti in una importante riunione, fino ad arrivare a esprimere, coi direttori in conoscenza, sospetti su come lei avesse impiegato parti del suo succulento budget. “Succulento” erano arrivati a scrivere, quei serpenti, lucidi di invidia. Ma lei le ritrovava tutte le mail che l’assolvevano da quelle accuse, e che bello premere il tasto inoltra. Una volta, sul balconcino in ferro battuto di un appartamento preso in affitto da un’anziana signora, trovò una serie di vasi appesi alla ringhiera: contenevano fiori di plastica. Fiori rosa, rossi e viola, sudici dello stesso appiccicoso pulviscolo grigio che stava, anche lì, sulla macchina esterna del condizionatore. Fu uno dei momenti più tristi della sua vita di giovane donna in carriera. Forse il più triste, dal momento che dopo tutto la sua vita non era stata sconvolta da eventi di rottura o da forti traumi: ci era stata molto attenta, la dottoressa Tissen, applicando lo stesso pragmatismo e la precisione che l’avevano contraddistinta sul lavoro e nello studio. E aveva funzionato, si era trovata proprio bene, molto meglio di tante sue coetanee. Tanto non è che quelle della sua generazione potessero scegliere di stare nel mezzo, o ti esercitavi per diventare Angelo del Focolare o studiavi e facevi la guerra coi maschi. E magari la vincevi. A lei era successo di vincerla spesso.

Classe 1948, era stata una figlia unica e contenta, leader di tutta la compagnia del cortile del quartiere popolare. Riusciva a farsi seguire da tutti, e da tutte, anche se le femmine si erano poi tutte perse, dentro a fidanzati e poi mariti e poi debiti e poi bambini e poi ragazzi grandi e poi divorzi e quindi di nuovo debiti. Alcune di loro si erano arrangiate con un lavoro part time, “che per una donna vuoi mettere, è molto più adatto e conciliabile con tutto il resto, no?” Quel resto a lei non era mai interessato, e non lo aveva nemmeno preso in considerazione.

Certo è che gli uomini non le erano mai mancati. Li aveva sempre preferiti sposati, per tutta una serie di motivi, gli stessi motivi che portavano al divorzio le sue amiche perse: non le chiedevano figli da crescere, assieme al senso del dovere, che sarebbe cresciuto di pari passo coi figli e sarebbe diventato enormemente più grande dei figli stessi; non le chiedevano abitudini fisse, e tantomeno il calore domestico, che ti ci scottavi, con quello, quando inevitabilmente avrebbe iniziato a bollire, immerso nei litigi. Che poi in fondo ce ne era stato uno solo di uomini, non sposato, che pianse mentre lei lo lasciava e le disse che avrebbe fatto meglio a prendersi un gatto, e lei aveva sorriso pensando che sì, anche quella sarebbe stata una voce da aggiungere alla lista delle cose per la pensione: un gatto.

Aveva vinto talmente tante volte la dottoressa Tissen, che adesso proprio non capisce cosa le stia succedendo, e tutto per delle piante poi, piante che muoiono, che non riesce a tenere con sé nonostante l’impegno, l’ordine, la precisione e la puntualità: nonostante tutto quello che lei applica alla vita, ormai da una vita. Ora inizia a capire il ruolo dei fiori di plastica, forse li hanno inventati per quelli come lei, e il suo malumore aumenta e la sgomenta.

No ma è sicuramente colpa dei condomini. Hanno sempre sbagliato tutto con lei, fin dall’inizio. Nella campanelliera in ottone giù al portone, non appena si è trasferita qui, nel suo primo appartamento della vita (la vita vera inizia da pensionati, no?) hanno scritto il suo nome sbagliato: Dora Tyssen.

Il suo cognome è Tissen, senza la y. Thyssen svizzero italianizzato Tissen ormai da generazioni. Ma loro cosa vuoi che ne capiscano. Son buoni solo a curare le piante sui loro balconi e nell’atrio condominiale. E lo sanno. E se ne vantano come solo si vanta chi sa di saper far bene solo una cosa, quando invece la vita te ne chiede mille, di cose.

A lei poi, non ne parliamo di quante cose ha chiesto la vita. E di quante adesso ne chiede quel condominio. Dal momento che non ha famiglia ed è in pensione, pare debba fare tutto lei: rapporti con l’amministratore, assemblee con fogli di delega a rotazione, ritiro raccomandate e pacchi, coordinamento addetti allo spurgo e tecnici dell’ascensore. Sembra che le trovino tutte pur di tenerla occupata, e lei è stanca di organizzare, stanca di compilare moduli online, stanca della burocrazia. Va bene, ha fatto per trent’anni la dirigente all’Istituto Nazionale Previdenza Sociale, ma mica sa fare solo quello: sta imparando tutte le cose scritte nei suoi appunti e le stanno riuscendo anche bene. Okay, a parte la questione delle piante.

Va beh, in verità avevano anche iniziato a chiederle di fare la nonna che porta e riprende i bimbi del primo e del quarto piano dalla scuola e dagli sport, ma hanno smesso, dopo quell’episodio di qualche mese fa, quando a detta loro, “lei esagerò sul serio”.

Eppure ogni volta che ci pensa la sua bocca si piega in un sorriso, e continua a non vederci nulla di strano: fece andare i bimbi sul suo terrazzo, gli fece togliere le scarpe e li fece salire nei vasi rettangolari sul pavimento alla base della ringhiera, in mezzo a quelle sterpaglie essiccate che sarebbero dovuti essere i suoi gerani. Poi innaffiò loro i piedini paffuti, che belli, invitavano a prenderli a morsi, e lei mordeva e loro ridevano. Si divertirono tanto. Si misero lì buoni ad aspettare di crescere. Anzi, quando cominciò a piovere erano ancora più contenti, perché così sarebbero cresciuti prima, e che gioia per lei guardarli attraverso la porta finestra del salotto, con quel sorriso che da anni non si ricordava di avere. Ci aveva scritto anche quello, nel suo taccuino digitale delle cose da fare una volta in pensione: prendersi tempo per tornare come era stata coi ragazzi del cortile, a giocare e annusare il terriccio bagnato nei vasi, dove mamma sbriciolava i fondi del caffè, che fa bene alle piante. Con le sue non aveva funzionato nemmeno quello.

E invece mammamia! Tutti arrabbiati con lei, i condomini. Non capiscono veramente niente. Le hanno detto che non avrebbe più dovuto né toccare né parlare con i bambini e nemmeno con le piante giù all’ingresso, che l’avevano sentita loro che ci litigava con le piante, che si credeva lei. Le apostrofava come fossero dei bimbi disobbedienti e le rimproverava se non avevano le foglie abbastanza lucide domandandosi chi fosse che le teneva in quel modo, quando invece erano proprio delle belle piante e godevano di ottima salute, mica come quelle del suo terrazzo. Si occupasse della burocrazia lei, che era l’unica cosa che sapeva fare bene, quella.

Pubblicato in: Rivista

Best practices per colloqui di lavoro di successo

di Linda De Santi 

Aveva scelto abiti formali, colori sobri per esprimere equilibrio, dettagli casual per comunicare versatilità. Erano servite quattordici prove per trovare l’outfit adatto, quello che riusciva a trasmettere il giusto mix di serietà e potenziale. 

Il colloquio per la posizione di Corporate Office Manager era alle 15, nella sede centrale di Laman, Agenzia di Servizi Digitali Integrati. Un’azienda seria, strutturata, proiettata nel futuro. 

Stavolta Irene si era preparata bene. Davanti allo specchio, mentre controllava la sfumatura del fondotinta, ripassò le best practices che aveva letto su un’autorevole rivista online. 

Continua a leggere “Best practices per colloqui di lavoro di successo”
Pubblicato in: Interviste difettose

Chi l’ha detto che è un mestiere da uomo? Questa è la storia delle Vetraie Ribelli

di Elena Ciurli

Torna non puntuale l’appuntamento con le nostre Interviste Difettose. Le protagoniste di questa storia hanno unito le loro forze per dare forme nuove a un mestiere antico, quello del vetraio. Il lavoro è faticoso: si ha a che fare col fuoco, e con il pregiudizio di chi non lo vede adatto a una donna.

Ci vuole coraggio, e determinazione, per creare lo spazio giusto: come quello di El Cocal Glass Studio, il progetto di Chiara Lee Taiarol e Mariana Oliboni. Siamo in una fornace, nel cuore di Murano, che sta facendo rinascere l‘arte vetraria locale; è lì che prendono vita vasi e bicchieri, ma anche sculture, installazioni luminose, strumenti musicali, opere che rievocano antiche divinità madri, le “Veneri preistoriche”.

Siamo felici di presentarvi le Vetraie Ribelli.

Continua a leggere “Chi l’ha detto che è un mestiere da uomo? Questa è la storia delle Vetraie Ribelli”
Pubblicato in: Attualità al femminile, Letture Incolte

Donne Noir: arriva Trema, la collana di narrativa nera creata da Emanuela Cocco

di Elena Ciurli

Il nostro piacere nel leggere il genere horror in tutte le sue sfumature, ambientazioni, epoche, contaminazioni di stile, ci ha portato a conoscere, nel corso degli anni, alcune Donne Noir, che hanno lasciato un segno indelebile nel nostro immaginario creativo.

ema-coccoUna di queste è Emanuela Cocco: editor freelance, critica, scrittrice e direttrice editoriale di “Trema”, collana di letteratura nera, sinistra e perturbante, pubblicata da Edizioni Arcoiris.

Donne Difettose ha deciso di dare spazio a questo nuovo progetto letterario, dove la paura, torna ad essere emozione primordiale; perché l’atto del tremare, ha a che fare con i muscoli e le ossa, e trasforma corpo e psiche. Continua a leggere “Donne Noir: arriva Trema, la collana di narrativa nera creata da Emanuela Cocco”

Pubblicato in: Rivista

Un compleanno speciale

di Giovanna Daddi

Ogni mattina Renata rimane stupita dalla sveglia, non se l’aspetta mai quel suono ficcante che arriva a scacciare sogni o incubi, eppure è lo stesso da anni. Suo marito lavora in fabbrica e alle sei è in piedi, lei deve alzarsi prima, preparargli la colazione e la tuta. 

Apre gli occhi, allunga il braccio, spegne la sveglia, poi ritira il braccio sotto le coperte e accarezza le lenzuola calde col palmo delle mani, spostandole sulla camicia da notte, quella del corredo, il san gallo liso è diventato sottile, quasi traslucido, e morbido, sembra la pelle dell’uovo. Quel breve intervallo pigro le dà un piacere fisico. Subito dopo aver indugiato sulle maniche della camicia da notte, si tira su di slancio, passa le mani tra i capelli, infila i piedi nelle pantofole e va in cucina.

Continua a leggere “Un compleanno speciale”
Pubblicato in: Rivista

Come riciclare la polvere

TITLE: Come riciclare la polvere: 4 trucchi fai-da-te

KEYS: riciclare polvere

METADESCRIPTION: Cerchi un modo per riciclare la polvere? Sei nel posto giusto! Ti svegliamo 4 facili trucchi fai-da-te.

H1 Come riciclare la polvere: 4 trucchi fai-da-te

Quante volte hai provato a riciclare la polvere della tua casa, ufficio, o altri ambienti, senza alcun successo? Chili di questa micromateria vengono sprecati ogni giorno tramite scope, stracci, spolverini, panni calamitati cattura-polvere e aspirapolvere di ultima generazione. Tutto finisce nell’immondizia. Sprechi tempo ed energia lottando contro quello strato grigiastro, che va comunque a riprodursi quotidianamente. La polvere si rigenera andandosi a depositare sulle superfici ed oggetti di qualsiasi tipo. Sei pronto a dire “basta”?

Continua a leggere “Come riciclare la polvere”