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Le scappate di casa: Dervla Murphy e il valore di un viaggio

«Non sto viaggiando per superare qualcosa, come un esploratore o un alpinista serio. Sto viaggiando per divertirmi

La più celebre avventuriera irlandese risponde così al Guardian nel 2018. Nei suoi libri la parola “divertimento” suona sì come sinonimo di svago, evasione, ma in un senso per niente frivolo. Pedalando per il mondo, Dervla si allontana dai paesaggi familiari e acquisisce consapevolezza di sé e degli altri ‒ e il lettore la segue.

La svolta della vita è il viaggio in India nel 1963. Quellʼanno le temperature raggiungono i -30ʼC in Baviera e sul Tavoliere delle Puglie cadono la bellezza di 30 centimetri di neve. In quello che viene ricordato come “lʼinverno del grande gelo”, lei e Ronzinante detta “Roz”, ossia la sua bicicletta da uomo, se ne fregano del clima avverso e partono. Il bagaglio è leggero e tra le altre cose include:

  • una camicia di flanella
  • permanganato di potassio contro i serpenti
  • le poesie di William Blake
  • una pistola. (Ssecondo voi, avrà sparato come quella di Cechov?)

La nostra Donna porta con sé un sogno cullato ben ventidue anni: «Per il mio decimo compleanno i miei genitori mi regalarono una bicicletta di seconda mano e mio nonno mi spedì un atlante geografico usato. Ero già una ciclista appassionata, benché non avessi mai posseduto una bicicletta, e decisi che un giorno avrei pedalato fino in India. […] Questa idea potrebbe sembrare un capriccio infantile. Dandomi materiale per sognare qualcosa di realizzabile, ha offerto uno sbocco alla mia immaginazione più sano delle fantasie che avevo avuto sino a quel momento.»

Nel bagaglio ci sta anche tutta la sua formazione.

Le origini

Dervla Murphy è nata in Irlanda nel 1931, nove anni dopo la fine della guerra dʼindipendenza, la firma del trattato che sancisce lo stato di dominion britannico dellʼisola e una guerra civile. Alé.

Trascorre lʼinfanzia tra Lismore, dove vive con i genitori, e Dublino. Sua madre viene da una famiglia unionista, suo padre è figlio di un attivista dellʼIRA: lui stesso, prima di diventare bibliotecario, sconta tre anni di carcere per aver nascosto armi e munizioni in giardino. Dervla cresce fra le braci del conflitto e si fa adulta mentre lʼÉire matura in una Repubblica.

Convive con lʼartrite reumatoide di sua madre, la quale smette di camminare quando lei ha appena imparato. Lʼinvalidità della signora Murphy complica la gestione della famiglia e ne aggrava i problemi finanziari. Per accudirla, Dervla è costretta ad abbandonare gli studi. Non che le piaccia la scuola: fatica a seguire le lezioni e ha un rapporto difficile con unʼinsegnante. Allo stesso tempo, odia i lavori di casa e fare da infermiera. In questo periodo è combattuta tra la sua indole libera e la necessità di restare accanto alla madre.

La signora Murphy è aiutata anche da una serie di donne di servizio che si succedono in casa. Negli anni vedono crescere la bambina e le raccontano moltissime storie di fate. Dervla, tuttavia, rifugge le trame classiche. È affascinata da racconti di malattie, epidemie, chirurgia e scoperte mediche al punto di tenere un coniglio morto in cameretta per osservare da vicino il fenomeno della putrefazione (DISCLAIMER: questa attività non è adatta ai bambini, non ripetere a casa).
Sviluppa lʼambizione di diventare scrittrice, spronata da una fantasia fuori dal comune. Per esempio, quando gioca nel vecchio cinema di Lismore si immagina inseguita dai cannibali tra le file di poltrone tarlate. Lì raccoglie pulci che porta a casa e presenta come rari insetti tropicali trovati in Nuova Guinea (DISCLAIMER: non ripetere nemmeno questo).
Inoltre, fantastica su una famiglia di orsacchiotti che vive nei rami del suo olmo preferito, e su un leone che si aggira fra i tetti della città ringhiando alle stelle. Sua zia, psicologa infantile, si preoccupa; alcune amichette la allontanano; lei sembra impermeabile ai giudizi e rimane se stessa.
Si offre come amica di penna di una ragazza sikh di Kuala Lumpur, rispondendo allʼannuncio pubblicato su un giornale cattolico. Con lei scambia opinioni su religioni e società, e politica e confini entrano nelle sue conversazioni. La spartizione dellʼIndia nel 1947 è un evento emblematico in questo senso, che apprende attraverso le cronache familiari della sua amica in Punjab.
La professione del padre le fa scoprire i libri ritirati dalla biblioteca, un suo “vizio segreto”. Sulle copertine rovinate, destinate allʼospedale o al macero, sostituisce il suo nome a quello dellʼautore. Dervla spera nelle parole di una zingara che ha predetto a sua madre non soltanto la malattia e il matrimonio con un uomo che somigliava in tutto e per tutto a suo padre, ma anche che avrebbe avuto una figlia celebre. Alla realizzazione della profezia manca soltanto il suo successo editoriale.
Si forma leggendo Fielding, Shelley, George Eliot, Wilde e Ruskin. Evita i libri per ragazzi ma il suo personaggio preferito rimane Mr Dumbly-Doo, una creazione di suo padre. Si tratta di un folletto alto quanto lei, con stivali dʼargento, calzoni di pelle rossa, una camicia di seta verde, una giacca di velluto nero e un cappello a tricorno in broccato dorato. Scrive che ogni tanto le lascia «un penny nuovo di zecca sotto una certa pietra accanto a una certa scaletta lungo un certo vicolo». Proprio come un lepricauno!

Il primo amore

In quel periodo la nostra Donna ha una relazione sentimentale con Godfrey. Intellettuale anglicano, era «uomo nevrotico che aveva bisogno di essere trattato con gentilezza, simpatia e pazienza». Marito tradito, dopo la separazione dalla moglie non vuole né risposarsi né portare avanti una storia clandestina con la giovane Murphy. È abbastanza cerebrale e complicato da guadagnarsi il ruolo da protagonista in un romanzetto in cui lei si strappa le vesti piangendo sul loro amore impossibile. Ancora una volta, invece, se ne frega e vive la storia così come viene. Scrive: «la nostra relazione non era né irreale né insoddisfacente. Nonostante lʼapparente artificiosità della sua struttura, si sviluppò, maturò e si arricchì con il passare dei mesi e degli anni. E per me aveva una bellezza preziosissima e irrecuperabile. Perché era il fiore più bello nel giardino della giovinezza: love without passion». Chapeau.

Dervla la nomade: viaggiando si impara

Di viaggi da giovanissima ne fa pochi. Tuttavia, sua madre sostiene che per le ragazze il viaggio sia la migliore forma di educazione. Così, a ventʼanni, parte per un piccolo Grand Tour fra Dover, Fiandre, Paesi Bassi, Germania e Francia. A Parigi rischia di finire come un gatto sul boulevard quando viene rapita in pieno centro per essere venduta come schiava sessuale. Per fortuna riesce a fuggire. Se dopo una simile disavventura in molte avrebbero smesso di viaggiare sole, lei continua: ha così tanta fantasia da non lasciare il minimo spazio alla paura.
Continua anche a sognare di diventare una scrittrice, benché i primi tentativi siano deludenti e i suoi manoscritti vengano rifiutati dagli editori. Alla soglia dei trentʼanni, dopo la morte del padre, si ricorda così: «come figlia avevo fallito, come donna stavo invecchiando, come scrittrice ero atrofizzata, come viaggiatrice le mie prospettive erano soltanto intuibili. Ma reagivo e provavo dei sentimenti, anche se erano dolorosi».
Che fare? Partire. Nel 1961 va in Germania a lavorare nei campi. Lʼanno seguente sua madre si aggrava e rientra in Irlanda per assisterla nei suoi ultimi giorni. Proprio la signora Murphy, anni prima, aveva incoraggiato il sogno del viaggio in India dicendo che Dervla avrebbe potuto farlo, se lo avesse voluto abbastanza.

Rimasta sola al mondo, alla nostra Donna non rimane che pronunciare il fatidico: “sì, lo voglio!”. Ovviamente, si riferisce al viaggio e non al matrimonio con un buon partito.
In sei mesi, nel 1963, attraversa Europa, Iran, Afghanistan, Pakistan e arriva in India, passando dal gelo dei Balcani al caldo torrido dellʼAsia. La sua bicicletta, Roz, resiste su terreni sconnessi e a temperature estreme. Pare che in Persia si sia addirittura scottata un braccio col manubrio rimasto troppo tempo esposto al sole! La bicicletta le viene rubata, le ruote si bucano, i fanali cadono in pezzi e il tutto è tenuto insieme da un complicato sistema di corde e cavi. Le riparazioni durante il tragitto sono molteplici, soprattutto durante la traversata dell’Iran. «Grandi cose si compiono quando uomini e montagne si incontrano» ha scritto William Blake. Chi ne fa le spese è una bicicletta sgangherata.

Dervla di solito dorme nel sacco a pelo o trova riparo presso le comunità locali. Più volte, come Roz, anche lei rischia di finire in pezzi.
Nei Balcani si imbatte in due lupi lungo un sentiero e in Turchia uno spazzaneve cade in un precipizio prima di soccorrerla. Tuttavia, la scampa.
In Iran è vittima di due tentativi di molestie, scene «troppo sordide da ripetere» da cui fugge sparando in aria (eh sì, la sua era proprio una pistola di Cechov!). Scampa anche questa.
Le negano il visto per lʼAfghanistan perché non vogliono assumersi la responsabilità di quello che potrebbe accadere a una donna sola ‒ qualcosa di brutto, è sottinteso. Una volta entrata nel Paese riconosce che «annoia essere considerata come qualcosa di simile a un cadavere».
Per scamparla le consigliano di vestirsi da uomo, e allora sfoggia la camicia di flanella che aveva nello zaino. Peccato che a volte la facciano anche dormire nella camerata dei gendarmi dopo averle offerto rum, brandy o whiskey. Tracanna tutto lʼalcol che le passa davanti e il tè, la bevanda per eccellenza dei viaggiatori. Ai piedi dellʼHymalaya nota la mancanza di teiere e le foglie bollono in padella con latte, acqua, zucchero o sale. Deve averle fatto la stessa impressione che fa a un italiano vedere la pasta cuocere nella pentola con lʼacqua fredda…
Ma tornando a noi, quando Roz è in riparazione in Afghanistan la nostra Donna prende lʼautobus, ed ecco che quasi finisce come un felino sullʼAsian Highway. Lʼaveva detto: lì «gli uomini portano i fucili come gli irlandesi portano lʼombrello», e un colpo di cassa le rompe tre costole. Si ristabilisce, ma nel frattempo uno scorpione le punge un pollice e convive con un piccolo serpente in camera (è innocuo, nemmeno deve usare il permanganato di potassio).

Queste disavventure sono il prezzo per le meraviglie che scopre.
«Pedalando giorno dopo giorno sotto un cielo di un blu intenso, attraverso montagne selvagge la cui solitudine e bellezza superavano qualsiasi cosa avessi potuto immaginare durante i miei sogni ad occhi aperti. In particolare ricordo la purezza unica della luce, che dava ad ogni variazione di ogni colore una vitalità individuale e che enfatizzava lucidamente ogni linea, curva ed angolo. Qui, per la prima volta sono diventata consapevole della luce come qualcosa di positivo, piuttosto che come un aiuto scontato alla percezione degli oggetti.» Questo lo scrive entrando in Persia.

Le frontiere che separano le anime

A ogni frontiera, ogni confine, scopre una nuova forma di inimicizia tra nazioni vicine. Per lei questa è una delle caratteristiche più deprimenti del viaggio, e ne incolpa sempre la propaganda politica.
Si confronta sui diritti umani con le madri afghane che la ospitano. Osserva le conseguenze della malnutrizione sulle gravidanze. Riflette sullʼeducazione delle giovani, in bilico fra tradizioni orientali e costumi occidentali. I matrimoni combinati, per esempio, le sembrano vantaggiosi perché si concentrano su aspetti finanziari e sociali, mettendo in secondo piano lʼattrazione fra gli sposi, fonte di instabilità. Tuttavia, pensa che le coppie combinate si perdano il meglio della vita a non innamorarsi perdutamente e senza un motivo «come noi decadenti infedeli». (Secondo voi, pensava a Godfrey?).
Resta impressionata dalle tempeste elettriche, vasti fogli di blu nel cielo che tremano per volere di qualche divinità locale. Rafforza infine la convinzione che più viaggia meno sono le cose di cui ha bisogno.
Raccoglie ricordi e piccole epifanie in un diario pubblicato da John Murray, già editore di Jane Austen e Herman Melville. Il suo primo romanzo, “Full Tilt: Ireland to India With a Bicycle” esce nel 1965. Così, la profezia della zingara si avvera per intero.

Negli anni seguenti Dervla Murphy viaggia per il mondo, per lo più in Asia. Incarna uno stile essenziale, semplice, “in ascolto” dei luoghi e delle persone che incontra. Critica lʼatteggiamento dei viaggiatori zaino in spalla, che negli anni diventano più legati al contatto virtuale piuttosto che allʼaffidarsi tra di loro, come fa lei.
Le sue avventure sono poco costose, finanziate con i proventi dei libri che pubblica. Produce anche articoli per riviste e quotidiani. Nel 1966 intervista Freya Stark, esploratrice e suo idolo letterario. Tiene conferenze, sostiene cause politiche e ambientaliste, supporta Save the Children, la British charity for sustainable travel e lʼImmrama Festival sulla scrittura di viaggio di Lismore.

Nobody’s wife

Non si è mai sposata. «Mi vedevo come una persona troppo volitiva, egocentrica e arrogante per avere successo nello stato coniugale. Cʼè una grande differenza tra lʼessere un buon amico ‒ o una buona padrona ‒ e l’essere una buona moglie. Fintanto che le persone come me sono libere possono sembrare infinitamente pazienti, comprensive, allegre, persino altruiste. Ma privale della loro libertà e tutto diventa aspro». Nel suo caso nemmeno un matrimonio combinato lʼavrebbe fatta felice quanto lo è stata da nubile.
Nel 1968 dà alla luce Rachel Murphy, frutto della relazione con un editore famoso, brillante e sposato. Dervla la alleva da sola, scrivendo recensioni di libri per vivere. Quando riprende a viaggiare, cinque anni dopo, la porta con sé. Non rinuncia per questo al suo stile avventuroso e anzi, nota che insieme alla bambina le popolazioni locali la accolgono con più facilità.

Popoli vicini e conflitti politici rimangono al centro dei suoi racconti. Non a caso il libro più recente, pubblicato nel 2015, descrive i suoi viaggi tra Israele e Palestina.
Una giornalista ha scritto che Dervla è «unʼidealista che intende viaggiare e scrivere ciò che vede fino a cadere letteralmente a terra stecchita» (“until she quite literally drops in her tracks”).

Dervla se la gode ancora

Oggi, a quasi novantʼanni, la nostra Donna non se la sente più di allontanarsi da casa. Ma si dice ‒ e chissà che sia vero ‒ che a Lismore ci si possa avventurare alla ricerca di tesori leggendari. Sembra che basti percorrere una certa stradina e poi arrivare alla fine di un viottolo. Una volta arrivati accanto a una certa scaletta si può incontrare una certa pietra. Se ci si avvicina e si guarda bene, proprio lì sotto, a volte si nasconde un penny nuovo di zecca.

 

 

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