Pubblicato in: Attualità al femminile, Interviste difettose

Il potere liberatorio del porno: Monica Stambrini

di Elena Ciurli

L’estate è ormai finita e con il vento fresco dell’autunno viene proprio voglia di chiudersi in casa e guardare tonnellate di film: thriller, horror, commedie, documentari e anche un bel po’ di porno, ma di qualità.

Ecco perché abbiamo deciso di ospitare nel nostro salotto difettoso Monica Stambrini, una regista coraggiosa che non ha paura di metterci la faccia e riesce a portare in scena il desiderio femminile in tutta la sua potenza.

Lei è stata una delle Ragazze del porno. Perché chi ha detto che le donne debbano vedere solo mielose storie d’amore? Le donne vogliono anche il sesso, le donne sono piacere e carne. Il sesso è bello, fa bene; l’erotismo è una forma d’arte che va trattata con delicatezza e passione.

Abbassiamo le luci e puntiamo i riflettori sulla nostra Monica.

Ph. Luca Donnini

Partiamo dalle origini: come ti sei avvicinata alla regia? Qual è stato il tuo percorso formativo?

Mi piaceva il cinema fin da piccola, giocavo con le macchine fotografiche di mio padre e con le sue prime videocamere, poi a 15 anni ho visto Fanny e Alexander e ho pensato: anch’io voglio fare film! A vent’anni mi sono iscritta a una scuola di cinema a Milano e ho cominciato a fare cortometraggi. Ho partecipato a vari festival e, quando con uno dei cortometraggi (Sshhh…) ho vinto al Festival di Torino, mi ha chiamata Galliano Juso (produttore di Ciprì e Maresco, Rezza e molti altri) e mi ha proposto di fare un lungometraggio tratto dal libro Benzina di Elena Stancanelli. Dopo 3 lunghi anni abbiamo ottenuto il finanziamento ministeriale per le opere prime e così ho girato il mio primo lungometraggio (Benzina, appunto). Avevo 30 anni. Poi sono cominciate le difficoltà. Ma l’inizio è stato abbastanza facile, tutto sommato.

Sei stata una delle fondatrici del progetto “Le ragazze del porno”. Puoi raccontarci la sua storia?

Nel 2011, 2012, quando faticavo a trovare un produttore e a sviluppare i miei progetti, ero abbastanza avvilita. Giravo documentari su commissione e poco altro. Poi è arrivato il movimento Se non ora quando, molto partecipato dalle donne, amiche e colleghe. Erano gli anni di Berlusconi e delle “Olgettine” e le donne sembravano dividersi fra intellettuali o escort. In questa scissione non mi riconoscevo. Mi sembrava importante riappropriarsi di quella libertà di esprimere la sessualità che noi donne avevamo quando ero più giovane. Una mia amica Tiziana Lo Porto aveva appena scritto un articolo sul progetto svedese di Mia Engberg “Dirty Diaries”, intitolandolo Le ragazze del porno. Mi sembrava un progetto fantastico e insieme abbiamo pensato: che bello sarebbe farlo anche in Italia. Ho cominciato a chiedere alle mie colleghe registe se avrebbero voluto girare un film porno, e tutte, ma proprio tutte, anche le meno immaginabili, mi rispondevano: “ma magari!”. Così mi sono accorta che era un desiderio condiviso.
Ci siamo messe insieme e abbiamo cominciato a progettare, in gruppo. In principio eravamo parecchie, poi siamo rimaste una decina. Ci abbiamo messo del tempo a fare coming out e a rivolgerci al crowdfunding come strategia produttiva, anche perché in principio ci illudevamo che qualche produttore avrebbe potuto finanziare il progetto. Ma ovviamente se non hai i canali distributivi non sai come vendere un prodotto e il mercato pornografico non era quello che cercavamo. Volevamo fare film espliciti ma con i mezzi del cinema, non del porno.
Il crowdfunding, e l’appoggio di vari artisti che hanno partecipato con le loro opere ad Art for Porn (una vendita di opere i cui ricavi andavano alle ragazze del porno) ci ha dato una spinta più morale che non realmente economica, ma ci è servito ad andare avanti e a fare. Siamo riuscite a realizzare due cortometraggi, Insight e Queen Kong che, per fortuna, hanno partecipato a molti festival, non solo di genere, anche in Italia. Queen Kong e ISVN (io sono valentina nappi) ora sono distribuiti da Cecchi Gori Home Video in dvd e in streaming sul loro sito. VM18 ovviamente, quindi nascosti nelle librerie, ma a ben guardare si trovano anche da Feltrinelli e su Amazon.

Qual è stata la posizione del lato istituzionale della barricata? Avete avuto il sostegno dello stato com’è avvenuto per esempio in altri paesi europei riguardo ad altri progetti del genere?

No appunto, come dicevo, nessun sostegno, anche se una certa simpatia. Eravamo un buon prodotto, appetibile, ma non commerciabile e non sostenibile a livello istituzionale. Questa è la grande contraddizione. Ma sono certa che cambierà, anche in Italia. Con le ragazze del porno ho capito una cosa, che metterci i soldi è come metterci la faccia. Tutti guardano porno ma nessuno (o quasi nessuno) vuole o può metterci la faccia. E in Italia il cinema si fa con il Ministero, con la Rai e ora con Netflix, dove vale più o meno la stessa regola: No esplicito grazie. Violenza quanta ne volete ma no sesso – che, evidentemente, è più pericoloso. 

Ph. Anita Dadà

Le donne e il porno: come ha reagito il pubblico femminile ai tuoi cortometraggi?

Le donne del pubblico (quindi quelle curiose del progetto) erano per lo più esaltate, come noi a farlo del resto. Credo fosse liberatorio per tutti gli spettatori, ma in particolar modo per le donne. C’è anche da dire che non capita spesso di poter vedere un film porno (che poi i nostri non sono esattamente porno, ma sessualmente espliciti) in pubblico. È abbastanza emozionante per tutti.

Cosa consiglieresti a una giovane regista che voglia avvicinarsi a questo genere?

Di fare, anche con poco. Di coinvolgere tutti i collaboratori possibili perché c’è un grande entusiasmo. Evidentemente la sessualità muove tante corde in molte persone, e c’è un grande bisogno di esprimerla. E poi consiglierei di sentirsi fantasiosa, anche libera dalla grammatica “classica”, perché la pornografia è molto più aperta e variegata di quanto si immagini. Consiglierei quindi di studiare la pornografia, passata e presente, e anche molti film, non pornografici ma che potevano mettere in scena la sessualità, degli anni 60-70-80.

Il tuo ultimo film è un documentario dedicato alla pornostar italiana Valentina Nappi. Come ti sei approcciata alla vita della donna, qual è il punto di vista che hai adottato?

Io sono Valentina Nappi non è un documentario sulla vita di Valentina, ma piuttosto una serata di Valentina. Il suo approccio al sesso, all’amore, alla fedeltà. Fondamentalmente ISVN racconta la mia curiosità di vedere chi è Valentina quando fa l’amore senza performance. Qualcuno l’ha definito un film antropologico, altri un film nouvelle vague. Valentina me l’ha commissionato perchè voleva fare un porno con me, da girare in un giorno, senza tutti i mezzi di Queen Kong. E così è stato.

Dove possiamo seguirti per aggiornamenti e vedere i tuoi lavori?

Vorrei poter dire al cinema! Attualmente ho finito di lavorare a una sceneggiatura per un lungometraggio (no porno!) insieme allo sceneggiatore Andrea Paolo Massara. Spero di trovare presto i finanziamenti, e di poterlo girare in Italia, come vorrei.
Poi continuo a progettare film più indipendenti che hanno i festival come primo sbocco e, come tutto, l’online. Molti miei lavori sono su Vimeo (monica stambrini), Queen Kong e ISVN sono su Cecchi Gori Home Video, Benzina si pirata facilmente ma si vede anche libera da pw su vimeo appunto. E anche alcuni miei documentari (Sedia Elettrica – su Bernardo Bertolucci che girava Io e Te) e altri lavori. Forse dovrei dire seguitemi su Instagram (stambra) dove generalmente promuovo le cose che faccio, anche se ho appena visto il documentario The Social Dilemma e ho una gran voglia di chiudere l’account!

https://vimeo.com/monicastambrini

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