Pubblicato in: Eppur son femmine

L’uomo propone, la donna (in)dispone – Che cosa abbiamo ancora da dirci sulla violenza di genere?

di Beatrice Galluzzi

Molte di noi sono state vittime o testimoni di un atto di violenza. E oggi, nella giornata che intende ricordarlo al mondo, cosa possiamo dirci che già non sappiamo?

Lo abbiamo chiesto, in modo diretto, alla nostra sociologa e mediatrice familiare dott.ssa Benedetta Bernardini.

Sui media si parla sempre più spesso di femminicidio e violenza contro le donne, ma quali sono gli aspetti che vengono omessi quando si affronta un tema così tristemente noto?

A rimanere sullo sfondo è la responsabilità delle persone vicine alla vittima. Se una donna subisce violenza, se viene uccisa, chi la conosce – a causa di un immaginario collettivo radicato ‒ tende ancora a pensare “poverina ha scelto l’uomo sbagliato”, colpevolizzandola nuovamente, ed escludendosi da una qualsiasi responsabilità. 

Ma dai racconti di chi è sopravvissuta o delle famiglie delle vittime emerge un dato lampante e doloroso che viene rimosso, ovvero il numero di persone che erano a conoscenza delle difficoltà della relazione di coppia. Vicini di casa, parenti, amici e spesso anche i magistrati attraverso la prima denuncia. A volte l’attuazione delle normative viene impedita proprio da avvocati e giudici ancorati al pregiudizio di genere, che tendono a imputare la vittima. Ecco di cosa non si parla mai abbastanza: delle complicità attorno a questi delitti, delitti considerati conseguenza di un amore finito male. Sembra che la violenza sulle donne sia un fatto privato, ma non lo è.

Ci sono contesti specifici in cui le donne sono più soggette ad abusi?

Si tende a pensare che i maltrattamenti avvengano laddove non c’è indipendenza economica della donna e quindi emancipazione, ma non è sempre così. La violenza scaturisce da un vuoto di identità. Gli uomini abusanti spesso non accettano l’autonomia femminile e accusano le compagne dei propri fallimenti. È quando donna cerca di liberarsi da una relazione di controllo che viene picchiata e/o uccisa, oppure nel momento in cui decide di non assumere il ruolo che storicamente le è stato assegnato: brava moglie, brava madre, oggetto sessuale. Nel 31% dei casi (dati Istat) il femminicidio viene commesso mentre la donna va a firmare l’atto di separazione. Quel giorno è decisivo perché, per l’uomo, il fallimento della relazione diventa formale, è nero su bianco, una doccia di realtà.

Della parità di genere si parla molto ma si concretizza poco, stiamo facendo ancora fatica, in tutti i settori. Come siamo messe in Italia rispetto al resto del mondo?

Ci sono ancora ‒ e questo è lampante ‒ dei forti pregiudizi di genere che sono alla base dell’assenza di politiche efficaci. Da parte delle istituzioni si è pensato alla donna come a un soggetto alla pari del bambino o della persona con handicap e quindi vulnerabile, con una difficoltà oggettiva e non come soggetto di diritto. Il vuoto istituzionale, l’assenza di idonee manovre a favore delle donne portano l’Italia ad un inarrestabile arretramento in materia di genere, esattamente al 76° posto secondo i dati del Global Gender Gap Report.

Perché i paesi nordici sono ai primi posti per l’implementazione di politiche di genere?

Faccio alcuni esempi. In Islanda la legge stabilisce che le aziende sono obbligate a retribuire in egual misura donne e uomini; i congedi parentali di 90 giorni sono obbligatori sia per la madre che il padre; l’86% delle donne (cioè quasi tutte) ha un lavoro; il 66% ha una laurea; nei consigli di amministrazione il 44% è donna; in 20 degli ultimi 36 anni una donna è stata o presidente o premier; n Parlamento 30 dei 63 deputati sono donna. (Fonte Il sole 24 ore)

La Finlandia, nel 2017, ha istituito un premio di centocinquantamila euro a una persona che ha promosso la parità di genere; il premio in denaro doveva essere devoluto a un obiettivo concreto per implementare attività che “promuovono la posizione della donna”.

La legge finlandese a obbliga i datori di lavoro con almeno 30 dipendenti a elaborare un “Piano per la parità di genere” che deve contenere la valutazione della situazione della parità, in sintesi l’azienda deve poter garantire lo stesso numero di posti di lavoro a uomini e donne.

Ma non è forse il “paradosso nordico” quello che ci dice che negli stessi paesi c’è più violenza domestica?

Non vorrei che passasse un messaggio sbagliato, ovvero che dove c’è parità di genere c’è anche più violenza, perché non è così. Sono molti gli studi, negli anni, volti a dare una spiegazione scientifica a tale paradosso ‒ la violenza domestica presente in modo massiccio nei paesi del nord, proprio dove c’è più parità tra i due sessi ‒ ma sono tutti in qualche modo insufficienti. Ad esempio, si dice che sia a causa dell’abuso di alcool nei paesi freddi, ma non è a causa dell’ubriachezza che accadono quelle violenze; un’altra tesi è quella che le donne denuncino di più al nord perché più emancipate, ecco spiegata l’impennata delle percentuali; un’altra ancora ‒ che forse, da sociologa, mi sembra per alcuni versi plausibile ‒ è che i paesi nordici potrebbero soffrire del contraccolpo al fatto che i concetti tradizionali di virilità e mascolinità siano stati messi in discussione. La violenza sarebbe quindi una vendetta. Ma nessuna di queste tesi è stata fino a oggi comprovata e ci tengo a ribadire che non c‘è nessuna scusa per tirarsi indietro davanti alla promozione della parità di genere, nemmeno prendere d’esempio questo paradosso come risultato.

Che cosa sarebbe opportuno fare, nel concreto, per contrastare la violenza contro le donne?

Non me ne vogliate, ma spettacoli, scarpe rosse, foto col rossetto non bastano, ci vogliono politiche mirate, sia a livello nazionale che locale.

Progetti nelle scuole con i quali educare ragazzi e ragazze all’affettività, alla gestione delle emozioni, usando però il loro modo di comunicare, uscendo dal solito (perdente) linguaggio scolastico. Sono necessari corsi di formazione per i docenti, reti tra associazioni e soggetti pubblici e privati per l’utilizzo corretto e responsabile dell’immagine femminile, occorre velocizzare i processi, implementare le politiche per l’accesso al lavoro, promuovere la mediazione familiare ecc. Insomma, la lista delle cose da fare è molto lunga, l’importante sarebbe iniziare a farle…

Se sono una donna che subisce violenza o se conosco una persona che viene maltrattata, che cosa devo fare?

In entrambi i casi chiamare il 1522, un numero gratuito e attivo 24 h su 24 che accoglie con operatrici specializzate le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking. Perché sì, anche lo stalking è una forma di violenza ‒ ma su questo si dovrebbe aprire un capitolo a parte.

Dove possiamo farti delle domande in privato su questo argomento?

Scrivetemi pure al mio indirizzo mail: benedetta.bernardini@hotmail.com

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