Pubblicato in: L'angolo della matrigna

Eleanor Oliphant sta benissimo (ovvero di maglioni rossi che non sparano)

di Veronica Galletta

Qualche giorno fa ho letto «Eleanor Oliphant sta benissimo», preso dal libraio Matteo in uno di quei giorni in cui scendo in libreria e non so bene cosa leggere. La premessa è doverosa, ma anche no. La premessa sa di snobismo, e non mi piace. Leggo sempre, o quanto meno ci provo, quei libri che diventano un caso, i successi editoriali. Mi interessa molto, da persona che scrive, capire il perché e il per come alcuni libri riescano a sfondare dove tanti altri provano.

E poi qualche anno fa al corso di scrittura, avevo inaugurato una sezione speciale, alcune lezioni diciamo, che si intitolavano «Si impara anche dalle cose brutte», in cui studiavamo pezzo dopo pezzo una sorta di romanzo a episodi che era uscito in rete in quel periodo, dal titolo «Timidamente amore». Era, nella sua costruzione, frutto di certo di un talento incerto (sto sul calembour oggi, perdonatemi) ma anche di una mancata revisione, un piccolo manuale di tutto quello che non si doveva fare. Per cui un personaggio entrava in casa che era buio epperò c’era la luna, pioveva e c’era il sole, aveva un cane in braccio in macchina e usciva correndo spalancando la portiera (e il cane? travolto?), aveva una casa che puntata dopo puntata diventava enorme, si modificava, un incrocio fra la casa de «L’incubo di Hill House» di Shirley Jackson e quella di «Racconto d’autunno» di Tommaso Landolfi (sì lo so, mi partono gli esempi alti, non va bene: riformulo). Dicevo, come le case dei due romanzi citati, però a sua insaputa (che poi anche là, sempre di case si parlava… ok ok, mi fermo).

Tutte cose che mostravano quanto poco fosse pensata (e mai revisionata) una storia del genere. Al corso chiaramente tutti protestavano che no, dovevamo leggere i veri romanzi della letteratura, ma io proseguivo imperterrita, e allora ridevano, di quel risolino che abbiamo un po’ sempre noi, quando leggiamo le cose degli altri. E qui mi fermavo, e ripetevo sempre: attenzione, il difficile non è riconoscere il timidamente negli altri, ma il timidamente in noi: è di quello che ci dobbiamo preoccupare. Da quel momento in poi, per dire che un pezzo di qualche allievao (neologismo) non ci convinceva molto, alla lettura pubblica, avevamo coniugato l’espressione: È un po’ timidamente, o anche Siamo in zona timidamente.

Insomma, tutto questo preambolo per dire, che no, Eleanor non mi è piaciuto. L’ho letto, perché comunque è una storia che si fa leggere, tanto che ne ho letto parte sdraiata a letto, mentre mio figlio e il suo amico mi giocavano a ping pong intorno, usandomi come rete. E questo no, non è un bene. Però, se parliamo del perché ha avuto tanto successo, sì. Lo capisco. È un libro che parla di solitudine, una solitudine quotidiana, conosciuta, domestica. Non è un caso, in questo senso, che l’ho piazzata a casa mia a Parma, questa Eleanor, subito, senza volerlo. Conosco bene la sensazione di riparlare il lunedì dopo un silenzio che dura dal venerdì, perché nel fine settimana non hai visto nessuno. È un libro che parla di depressione, e di essere accettati al lavoro tornati da un periodo di malattia per depressione. Ne parla in maniera irrealistica, e consolatoria (il capo le manda un mazzo di fiori mentre è a casa in malattia: per mia esperienza non trovi neanche la scrivania, e anzi che non hanno cambiato le chiavi, quando torni). Però ne parla. E quindi, chapeau.

Però, visto che chi scrive legge, e chi legge scrive, in questo caso (sono tormentata dai calembour, perdonatemi), a parte tutto il resto, e quindi storia che non mi interessa granché, stereotipi, trauma all’origine dei fatti già dichiarato (anzi urlato) dalle prime pagine, lingua non interessante (giusto per il ping pong filiale), a parte questo, ci sono due cose tecniche, squisitamente tecniche mi hanno infastidito.

La prima, il romanzo è un racconto in prima persona, con un personaggio chiuso, controllato, poco incline all’apertura al mondo, una che dice «Avevo buttato via le salsicce e il formaggio arancione, ma avevo tenuto il latte per me, ragionando che non era un furto, perché comunque lui non avrebbe potuto usarlo», che però in certi passaggi si lascia andare a descrizioni del paesaggio o del contesto che cercano di essere alte, e risultano completamente fuori contesto, cose del tipo «Fuori il sole di inizio sera era debole e pallido […] La biancheria era asciutta e profumava d’estate. Sentivo il tonfo sincopato di un pallone calciato contro un muro e un gruppo di ragazze che cantavano mentre una corda per saltare frustava il terreno». E allora io dico eh no, cara mia! Hai voluto la prima persona, e ora pedala.

La seconda, un episodio, un passaggio brevissimo in cui un personaggio (figlio di un uomo che è morto in ospedale) le si presenta a casa e le consegna il maglione rosso di quest’uomo morto. E qui scatta il timidamente. Perché io lo so che non tutto deve tornare all’interno di un romanzo, ci mancherebbe, però no, questo è un chick lit, e come tale io lo leggo, e allora, pretendo che ogni pistola in scena spari, e sia pure motivata. E allora, come ha fatto ad avere l’indirizzo di Eleanor quest’uomo, che è così gelosa della sua vita privata, tanto che la immaginiamo a camminare all’indietro sulle orme lasciate da qualcun altro, per non farsi scoprire? Ma soprattutto perché? A che pro inserisci questo maglione rosso che non c’entra in nessun modo con il resto, non si attacca a prima, non segue dopo? Questo maglione rosso che non spara, ed è pure scritto così cosà?

Solo per farci andare in tilt il timidamentometro a noi che leggiamo?

[foto dal web. nessun maglione rosso è stato maltrattato per scrivere questo post]

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