Pubblicato in: L'angolo della matrigna

A proposito di orari e coprifuoco (che non riguardano le nottole ferite)

di Veronica Galletta

Lo ammetto, anzi lo premetto, anzi lo rivendico. In questo spazio sono decisa a parlare di donne, solo di donne, che siano poetesse scrittrici o registe o attrici o danzatrici. Perché? Perché come diceva Emanuela Cocco quando quest’estate ha organizzato la staffetta difettosa, mi va così.

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Il senso di una foto (e forse anche di una scrittura)

di Veronica Galletta

Ho sempre fatto foto. Foto brutte, foto imprecise. Nel mio lavoro da ingegnere ho sempre scattato moltissime foto. Mi servivano per documentare, per verificare luoghi, anche a distanza di anni, per ricordare cose che non ricordavo, fare raffronti, riflettere meglio. Così ho cominciato a fare foto anche per scrivere. Facevo foto delle cose che mi servivano, dei posti che vedevo, di particolari che potevano entrare in una storia che avevo in testa o in un’altra che mi sarebbe piaciuto avere in testa, ma ancora non c’era. Faccio foto, perché lo faccio ancora, prendo appunti con un registratore vocale, mi mando qualche mail (no, non è vero: tante mail. troppe mail), la normale amministrazione di chi è in giro e trova, o crede di trovare, qualcosa che gli interessa.

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Si deve scrivere di quello che ci fa paura (e leggere sempre, anche con la clava)

di Veronica Galletta

(Susanna Majuri, Saviour, 2008)

A volte leggo poesia. Non capisco molto di poesia, non capisco molto di molte cose, alcune le approfondisco, altre no. La poesia è una di quelle, e quindi leggo, come dico a volte, con la clava. Leggo senza conoscere di più, passo magari un po’ di tempo in libreria a frugare fra la poesia, e poi mi porto a casa quello che mi colpisce. Ci tengo molto a questo approccio, ci tengo a conservarlo, sento che in qualche modo mi aiuta, mi preserva, mi mantiene più aperta di fronte allo stupore, senza il quale, forse, non riuscirei più a scrivere.

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Eleanor Oliphant sta benissimo (ovvero di maglioni rossi che non sparano)

di Veronica Galletta

Qualche giorno fa ho letto «Eleanor Oliphant sta benissimo», preso dal libraio Matteo in uno di quei giorni in cui scendo in libreria e non so bene cosa leggere. La premessa è doverosa, ma anche no. La premessa sa di snobismo, e non mi piace. Leggo sempre, o quanto meno ci provo, quei libri che diventano un caso, i successi editoriali. Mi interessa molto, da persona che scrive, capire il perché e il per come alcuni libri riescano a sfondare dove tanti altri provano.

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Manuale per donne delle pulizie (o della complessità)

di Veronica Galletta

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un breve video promo, del quale non riporto qui i riferimenti, anche se risponde a uno dei principi cardine di bellezza (di una cosa brutta, si pretende quantomeno che sia breve). In questo breve video c’è un’intera famiglia di donne delle pulizie, credo diverse generazioni, credo con un’impresa di pulizie, che fanno un Reality nel quale si sfidano a chi pulisce di più e meglio.

E allora, probabilmente per difendermi (io mi difendo sempre con le parole di altri) mi è venuto in mente «Manuale per donne delle pulizie», racconto di Lucia Berlin.

E mi è venuto in mente che nella vita non è tanto quello che si fa, ma come lo si usa, e lo si trasforma. Perché Lucia Berlin dalla sua esperienza di domestica, e dalla sua vita davvero difficile e sempre al limite ha tirato fuori questo racconto, che è un esempio di equilibrio, ironia, malinconia, denuncia. Ha un uso delle parentesi splendido, e usa tutto (anche i nomi dei cani) per dirci qualcosa di terribile riguardo alle differenze. Allora sono andata a cercarmelo, quel racconto, e ne ho ricopiato un pezzetto qua, che fa così.

«Ai piedi delle colline, le signore aspettano nelle loro Toyota che le cameriere scendano dall’autobus. Trovo sempre un passaggio fino alla sommità di Snake Road con Mamie e la sua signora che dice: «Santo cielo, ma come siamo carine con questa parrucca satinata, Mamie, e invece guarda me, in tenuta da imbianchina».

Io e Mamie fumiamo.

La voce delle signore si alza sempre di due ottave quando parlano con le donne delle pulizie o con i gatti.

(Donne delle pulizie: a proposito di gatti… mai farci amicizia, non lasciateli giocare con le scope e gli stracci. Le signore si ingelosiscono. Mai, comunque, buttar giù i gatti dalle sedie. Fate sempre amicizia con i cani, invece: appena arrivate, passate cinque o anche dieci minuti a fare i grattini a Cherokee o Smiley. Ricordate di abbassare il coperchio del water. Sbavano e spelano dappertutto.)»

Allora, io dico. Leggete Lucia Berlin, e pulite di meno. Tanto le pulizie sono quella cosa che più le fai più ti tocca farle, e il risultato svanisce in un attimo. La felicità che lascia un racconto del genere invece no, dura un po’ di più.

[racconto contenuto nella raccolta La donna che scriveva racconti, Bollati e Boringhieri, traduzione di Federica Aceto]