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Manuale per lavorare nell’azienda di famiglia

di Lucia De Bortoli

L’unica cosa che manca nell’armadio di mia madre è un cadavere, solo perché lo troverei in congelatore. 

Lo spazio angusto, incavato in un muro, profondo quasi due metri e largo uno, chiuso da una sbiadita tenda di stoffa verde, ricavata dal copridivano di casa di mia nonna è colmo di non si sa mai e di ricordi che solo lei comprende.

Fin da piccola la stanza degli ospiti, anche se ospiti non ne avevamo mai, mi inquietava per la presenza di questa voragine che portava in un mondo buio e oscuro.

Il mese scorso ho deciso di ripulirlo. 

Mia madre non è una disposofobica, una seriale accumulatrice di oggetti, ma ne è molto vicina.

Ha conservato la carrozzina di dimensioni quasi reali del mio bambolotto, senza il bambolotto. 

Ha tenuto il busto che ho indossato dalla prima alla terza superiore. Un corsetto in pelle marrone cigolante con delle aste in ferro lucido fino a sotto il mento che non riuscivo a nascondere.

Ha conservato in scatole colorate, e accuratamente etichettate, ogni libro, quaderno e scarabocchio dal primo all’ultimo anno di scuola, ma buttato i lavoretti che con orgoglio le donavo per la festa della mamma.  

Non ho ancora capito se i ricordi di mia madre sono direttamente o inversamente proporzionali all’ingombro degli oggetti; se per lei è più importante l’ordine oppure la rievocazione ingombrante da percepire ogni volta che apre quella tenda verde. 

– Mamma questo giradischi lo buttiamo.

– No, potrebbe servire, magari ai ragazzi. 

– Già trent’anni fa funzionava solo la radio. 

Dopo due ore eravamo sedute in mezzo alla stanza con, da una parte, una montagna di ricordi funzionanti da tenere (quelli del non si sa mai) e dall’altra un cumulo di oggetti che avevano superato il vaglio e l’approvazione per essere cestinati da buttare. 

Tra i libri ho ritrovato il quaderno dei temi della mia quinta elementare.

Alla prima pagina, il titolo che leggo non spicca per originalità: “Che cosa voglio fare da grande”. 

Sfoglio con curiosità i sogni che avevo da bambina; forse diventare una parrucchiera. In quegli anni era molto in voga, oppure una professoressa (sogno avuto fino allo scorso anno). 

Nulla di tutto questo: “…da grande vorrò vivere in una casa con giardino, avere tre figli, un cane e lavorare nell’azienda di mio padre…” 

Rileggo. 

Sorrido.

Casa con giardino: ce l’ho. 

Tre figli: ne ho due, ma se conto il marito con la sindrome di Peter Pan, fatto. 

Un cane: ce l’ho.

Continuare il lavoro di mio padre: fatto. 

A dodici anni ero già al suo fianco, a seguirlo e osservarlo in tutto quello che faceva. Era un gioco; amavo girargli intorno e osservare il mio papà prendere decisioni, correggere gli errori degli operai, lavorare con passione. 

Era un leader. Era il mio eroe. 

Sono trascorsi trentasei anni e molte cose sono cambiate, io per prima, ma lui è rimasto sempre lo stesso. A volte mi sento dire sei fortunata a lavorare con il papà e io rispondo certo, se solo fosse il padre di un’altra

La figlia del capo, e il sesso femminile è un’aggravante, deve fare sempre più degli altri: deve essere più attenta, più competente, più presente. E sempre meno degli altri: meno lamentosa, meno imprecisa e meno in ritardo. 

La figlia del capo deve arrivare al lavoro almeno venti minuti prima di tutti, accendere le luci, avviare i computer, arieggiare la zona, controllare che ci sia la carta igienica in bagno e all’occorrenza appuntire le matite.

La figlia del capo deve sorridere sempre, essere condiscendente su tutto e avere quasi mai una propria opinione.

Per anni ho ricevuto telefonate cui rispondevo attenda, le passo mio padre, come una sedicenne che ha bisogno del permesso del papà per uscire di casa.

La mia esistenza economica e lavorativa è legata alla sua figura, grazie alla quale ho potuto usufruire dell’impero che lui ha creato facendo rinunce che non posso capire. 

Lui lavorava fino a tardi alla sera mentre io ero a casa a caricare lavatrici, preparare la cena e cambiare pannolini.

Lui progettava nuove idee, solo nel suo ufficio, il sabato, mentre io passavo l’aspirapolvere e stiravo circondata da figli giocosi.

Lui collaudava i progetti la domenica e invece io seguivo i ragazzi nei compiti di matematica e italiano, o dipingevo quadri, brutte copie del periodo Blu, Rosa o il Cubismo di Picasso.

Tutto quello che io ho è merito suo: un lavoro ben remunerato, una bella casa, lo scetticismo verso gli uomini, le unghie mangiucchiate fino alle pellicine, la paura di commettere errori e la certezza che qualsiasi cosa accade nel mondo è causa mia.

Lui è stato la mia guida, talmente tanto, da essere un punto di riferimento fisso e unico, come un pastore che guida un gregge. Ogni pecora è una parte del mio carattere, della mia personalità e tutte seguono un’unica strada: la sua.

Con gli anni sono cresciuta, ho imparato a dire al telefono le passo il titolare, poi addirittura a osare sono la figlia del titolare, posso aiutarla io

Ci sono diverse fasi quando si lavora con il proprio padre.

La prima si può definire di apprendimento e va dai quindici ai vent’anni durante i quali il soggetto tace, ubbidisce, non reagisce, assimila tutto ciò che conviene fare nel lavoro e studia quello che sarebbe meglio cambiare (ma se lo tiene per sé).

La seconda fase si può definire evolutiva e permane dai dieci ai quindici anni. La figlia comincia a esprimere qualche opinione personale, decidere da sola il carattere e l’interlinea da usare nelle lettere commerciali o, addirittura nei casi più forti, contraddire qualche affermazione del padre.

Questi sono anni lunghi e difficili durante i quali alcune figlie crollano e lasciano l’azienda preferendo andare a fare le pulizie, sottopagate, ma libere di scegliere almeno quale detersivo usare.

La terza e ultima fase è quella definita della vecchiaia o pensionamento che termina alla morte lavorativa, in taluni casi, fisica e psicologica in altri.

Padre e figlia sono stanchi, forse più lei che lui, non discutono più, ognuno fa il suo lavoro e i ruoli sono finalmente definiti: lui lavora per hobby e continua a comandare, con la naturale capacità intellettiva e biologica di un ottantenne, e lei tenta di sopravvivere fino alla pensione, mandando avanti un’azienda che non è mai stata sua, imbottita di pastiglie contro l’ansia, con attacchi di panico e tachicardia, cercando uno sbocco nell’appagamento familiare e sociale.

In conclusione, credo che per lavorare con il proprio padre bisogna essere come mia madre: conservare ogni cosa utile o inutile, funzionante o rotta, giusta o sbagliata, e chiuderla a chiave in un armadio aspettando che con il tempo qualcuno ti dia la scossa per buttare via tutto. 

Il mese scorso nella stanza degli ospiti ho aperto la tenda di cotone verde, sono entrata con tutto il mio corpo nell’armadio a muro e ne sono uscita.

Non sono caduta in nessuna voragine. 

Ho messola carrozzina senza bambolotto fra gli altri oggetti da buttare, e mi sono chiusa la porta alle spalle.

Il presente racconto è estratto da Donne Difettose – La rivista, Manuale per.

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