Pubblicato in: Rivista

Un compleanno speciale

di Giovanna Daddi

Ogni mattina Renata rimane stupita dalla sveglia, non se l’aspetta mai quel suono ficcante che arriva a scacciare sogni o incubi, eppure è lo stesso da anni. Suo marito lavora in fabbrica e alle sei è in piedi, lei deve alzarsi prima, preparargli la colazione e la tuta. 

Apre gli occhi, allunga il braccio, spegne la sveglia, poi ritira il braccio sotto le coperte e accarezza le lenzuola calde col palmo delle mani, spostandole sulla camicia da notte, quella del corredo, il san gallo liso è diventato sottile, quasi traslucido, e morbido, sembra la pelle dell’uovo. Quel breve intervallo pigro le dà un piacere fisico. Subito dopo aver indugiato sulle maniche della camicia da notte, si tira su di slancio, passa le mani tra i capelli, infila i piedi nelle pantofole e va in cucina.

Accende la stufa, per prima cosa: deve scaldare due stanze grandi. Poi accende la cucina a gas, mette a scaldare il latte nel pentolino e prepara la moka. 

La tuta di Corrado sta sempre ripiegata sulla stessa sedia nella stanza da lavoro: un bugigattolo occupato quasi interamente da un tavolo di noce, rivestito da uno spesso panno bianco che la mattina è umido e poi via via si asciuga fino a seccarsi, diventando ruvido come la lingua dei gatti.

Renata prende la tuta, che le fa schifo perché è ruvida anche quella e sa di metallo e tabacco, la appoggia vicino alla stufa e deve controllare che non ci siano macchie evidenti o buchi da rattoppare, seguendo con le dita le impunture e le cerniere.

Corrado beve il caffelatte inzuppandoci il pane raffermo, non una parola, passa velocemente dal bagno, si veste e esce. Finalmente.

Renata a quel punto toglie la camicia da notte, la ripiega sotto il cuscino, poi liscia bene le lenzuola e la coperta a trapunta; indossa una sottoveste, una camicetta e una gonna di lana, delle calze e sopra a tutto la veste da lavoro: il grembiule senza maniche che si chiude a portafoglio, allacciato dietro la schiena. Renata lo sfiora più volte per sentire la stoffa scivolosa, di un azzurro chiaro, ceruleo. Ogni lavorante ne ha uno di colore diverso.

Poi pettina i capelli e li ferma sulla nuca, nel tentativo di contenere quella cascata nera e crespa che sembra ereditata da un ramo giamaicano inesistente della sua famiglia emiliana.

A quel punto è pronta, infila la chiave di casa nella tasca del grembiule e esce, chiudendosi la porta alle spalle. Sale le scale fredde che portano dal suo seminterrato umido fino alla ditta padronale, al piano nobile della villa. 

La prima rampa di scale ha un corrimano di ferro dipinto di verde, lei sale sfiorandolo con la mano destra, senza appoggiarvisi. In cima alla rampa si ferma, gira a sinistra e apre il cancello basso che dà sul giardino all’italiana della Padrona, la Signora Ida. Renata fa in modo di essere sempre in anticipo, così può fare quel giro che le piace, di cui conosce a memoria ogni angolo: si dirige verso la rimessa, percorrendo un vialetto di piante di limoni profumate. Accarezza le foglie spesse e i limoni rugosi che si piegano sotto il loro stesso peso verso il vialetto, scansa i rami più lunghi che scappano dal fil di ferro con cui il giardiniere contiene i fusti. La porta della rimessa ha un battente incongruo, lucido, freddo e liscio per via delle centinaia di mani che lo hanno toccato per decenni. 

Poi Renata gira di nuovo a sinistra costeggiando aiuole di erba perfettamente tagliata, disseminata di margherite piccole e trifogli, fino a toccare lo steccato del roseto che incornicia il pezzo forte: il portone della sala da ricevimenti. Renata apre il portone verde, entra, si siede sulle poltrone di velluto, si alza e si infila nelle tende spesse di broccato, facendosi avvolgere, come se entrasse in una capsula spaziale. Ci resta qualche secondo: il tour è finito, esce dalla sala, richiude la porta e va velocemente verso il cancello basso. Prima che qualcuno della villa la veda, riprendendola, imbocca la seconda rampa di scale e arriva all’ingresso della ditta.

Quando entra nella prima stanza da lavoro, dove stanno le lavoranti allieve, viene subito investita dal cicaleggio delle ragazze di campagna che non smettono mai di parlare, di raccontare quello che hanno visto nel giorno libero, come se Firenze fosse Hollywood, di spettegolare o di toccarsi i capelli. Spetta a lei dirgli che non devono toccarsi i capelli né la pelle quando ricamano: l’untuosità che rimane sui loro polpastrelli potrebbe macchiare il lino. Ma lei odia doverglielo dire. 

Le stoffe sono di colore grezzo, oppure bianco ghiaccio o avorio, alcune hanno il colore dell’iris. Sono delicate e tramandate da decenni, la nonna e la bisnonna della Signora Ida le avevano acquistate nelle Fiandre e nelle Indie. Erano state il loro patrimonio quelle stoffe, erano arrivate indenni fino al 1951 non certo per farsi insudiciare da mani inesperte. Renata lo sa, ma le stoffe destinate alle allieve sono degli scampoli. I lini più pregiati, le pezze intere, di metraggio considerevole, sono appannaggio esclusivo suo e delle altre ricamatrici esperte, che stanno nella stanza grande, con il pavimento di marmo bianco, i mobili di ebano e il tavolo lunghissimo e stretto su cui accatastano i rotoli da lavorare.

Renata riprende il posto che ha lasciato la sera prima e ricomincia a ricamare. Le sue dita piccole e sottili maneggiano l’ago e i fili colorati creando ogni tipo di disegno, punto a croce e decoro su ciò che diventerà una tovaglia da ricevimento, un centrotavola, un asciugamano finissimo, un lenzuolo per principi o dive del cinema. Segue diagonali, cambi di direzione, mosse a L come su una scacchiera immaginaria senza punti di riferimento. Eppure lei riesce a seguire il percorso toccando la trama dei tessuti, riconoscendo le minime pieghe con le dita. A volte nemmeno guarda cosa fa: si fissa nella specchiera grande, contornata di ottone, che sovrasta la ribaltina in fondo al salone. E da lì guarda le altre lavoranti: punti di colore, distinte dalla vestina da lavoro, tutte con i capelli tirati sulla nuca, tutte uguali. Tranne per quelle vestine: la più bella è quella di Alida, un rosso corallo che non si sa come sia venuto in mente alla Signora Ida, sempre attenta a renderle anonime. Forse era stoffa avanzata e la vecchia tirchia non voleva sprecarla. 

Quando Renata termina una pezza, poi deve stirarla, spostandosi in un’altra stanza ancora, piena di tavoli da stiro e di vapore umido che le si attacca alla vestina, ai capelli e le fa sudare le mani. Le altre non stirano, deve farlo lei per tutte. Questo perché una volta, accidenti a lei, le era scappato davanti alla Signora che non le piaceva stirare, che ogni mattina già doveva stirare la tuta del marito. Da quel giorno è costretta a stirare le stoffe.

Deve togliere ogni minima increspatura dal lino: segue il ferro con le dita, bruciandosi spesso con la punta incandescente, e deve bagnare prima il tessuto in modo che non si brunisca e venga perfettamente liscio.

Così si perdono le pieghe, le grinze invisibili che sono parte della stoffa, pensa ogni volta. Le irregolarità impercettibili delle fibre raccontano una storia, Renata la legge con le dita. 

La padrona questo non lo capisce, è una che si fa vestire dalla servetta, si fa pettinare dalla cameriera e perfino si fa lavare da una delle apprendiste. Come se il contatto del mondo intorno la schifasse.

Alle dodici e trenta in punto la pendola del salone rintocca e quello è il segnale che il lavoro deve essere interrotto: le lavoranti possono andare in pausa. Le apprendiste invece devono togliersi le vestine e mettersi altri grembiuli per fare i lavori pesanti: pulire, cucinare, accudire la padrona. Tutto gratis, fa parte dell’apprendistato: quelle che non si dimostrano mansuete vengono mandate via e tornano con le corriere dai paesi del contado da cui sono arrivate. Le altre invece vengono tenute, a dodici ore di lavoro al giorno per cinque lire. Una, meno rivoltante delle altre a giudizio della Signora, viene da lei tenuta anche a servizio notturno: ha il permesso di dormire nell’anticamera della sua stanza da letto, per essere a disposizione nel caso la Signora desideri bere durante la notte o debba prendere una pasticca o chissà cos’altro.

Comunque per Renata la pausa è quasi peggiore del resto: deve scendere di nuovo e preparare il pranzo al marito che alle una torna dalla fabbrica. Corrado vuole mangiare, rilassarsi, e poi tornare di nuovo al turno delle due. Renata deve stirargli di nuovo la tuta: ha una fissa per quella maledetta tuta, che per quanto la stiri non smette di puzzare. Dovrebbe essere lavata, ma lui non vuole, teme non si asciughi in tempo per il ritorno a lavoro il lunedì, in quel seminterrato umido niente sembra asciugarsi mai. E fa lo stesso con i capelli: impomatati di brillantina Linetti, non li lava mai. A Renata fa schifo anche toccarli, quando proprio deve assolvere ai suoi doveri, e non può farne a meno. Capelli appiccicosi, solo illusoriamente lucidi e puliti. Lui dice così: che non li lava perché teme di perderli. E invece ci tiene alla sua testa, la deve mettere bene in mostra quando smonta da lavoro, torna a casa, cena sempre senza una parola, e poi esce. Mai con lei però. 

Ma oggi è il 9 maggio del 1951, Renata compie trent’anni, nessuno si ricorda di farle gli auguri, neanche suo marito. 

Di ritorno dalla pausa ricomincia il ricamo, portando a termine l’ultimo pezzo di un corredo destinato a una principessa russa. O a Ava Gardner, per quel che ne sapeva lei era lo stesso. Lo finisce perché le cose a metà non si fanno: o si finiscono o non si cominciano nemmeno. Così le diceva sua madre.

Le ultime ore le passa a guardare di sottecchi la Signora che va avanti e indietro dicendo di far veloce, che il corredo deve esser pronto e stirato per lunedì, lo vengono a ritirare e deve essere anche confezionato. Alle sei, l’ora in cui stacca di solito, dovrebbe dunque passare in sala stiratura, così le ha detto la Signora, e fare dello straordinario. Poi può tornare a casa, cioè scendere giù.

Alle sei Renata si alza, con il ricamo finito in mano, lo appoggia lisciandolo sul tavolo lungo e stretto, le altre lavoranti vanno via, la ragazza con la veste corallo esce per ultima, prima si guarda allo specchio e si mette il rossetto, cavandolo dal taschino della gonna. 

Renata resta sola. Si avvia verso la sala da stiro, afferra la maniglia della porta e la chiude. 

Esce dalla villa, non scende la seconda rampa di scale, per tornare al seminterrato buio e alle colazioni di caffelatte, alla tuta di metallo e tabacco e ai capelli unti.

Si volta a destra, apre il cancello ed esce in strada. Prosegue per la via parallela alle rotaie del tram, rasente il muro di cinta del giardino. Tocca il cotone leggero della veste che sta bene addosso alle servette e si avvia verso la piazza da dove partono le corriere. Potrebbe comprare un biglietto, come primo regalo per il suo compleanno.

Il presente racconto è estratto da Donne Difettose - La rivista, Manuale per.

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