Pubblicato in: Letture Incolte

La parola magica di Anna Siccardi – l’effetto farfalla di vite distanti

di Beatrice Galluzzi

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Qual è la parola magica che può spostare le nostre vite di un millimetro? Un attimo prima, un attimo dopo. Una traccia di quello che è un inaspettato spartiacque e che spesso risiede in un soffio. Anna Siccardi, in quel soffio, ci costruisce una rete di storie che si intersecano, che si legano indissolubilmente l’una all’altra, producendo una reazione a catena inconsapevole e devastante.

La Parola Magica (NNE, 2020) è un romanzo corale i cui personaggi vengono narrati in parallelo, con racconti carichi di immagini incisive e sgomente. Ognuno con le proprie ossessioni, tutte diverse, ma aventi l’unica matrice della dipendenza: dall’alcool, dagli affetti, dalla routine. Persino la frequentazione delle riunioni per liberarsi dalle dipendenze – gli alcolisti anonimi, i giocatori anonimi, i narcotici anonimi – diventa essa stessa un’azione che viene reiterata in modo compulsivo.

Quella sensazione di intimità era la stessa che aveva trovato nell’alcol, nelle sigarette, nei tavor, nel gioco: un torpore, un’inerzia, una tregua da se stessi che si poteva riaccendere a comando. Tutte le compulsioni che aveva sperimentato miravano allo stesso effetto: dimenticarsi di sé […]”

Il libro si apre in Giappone, con i tratti stilistici del noir – “Leo prese a fugarsi la mente alla ricerca di qualche frammento della sera prima, ma l’intera nottata gli appariva come un parabrezza sfondato” – e poi la narrazione muta, anche se in modo impalpabile – Irene è nella stanza della sua psicoterapeuta, a Milano; Anna nell’ingresso di un carcere. I salti spazio temporali sono continui, e sembrano avvolgersi su loro stessi in ogni capitolo. Eppure ritornano nel racconto successivo e in quello dopo ancora – Leo è l’ex-ragazzo di Anna, il becchino si cura del funerale della madre di Anna e così via – in uno sfioramento incessante di quelle che sembrano coincidenze e invece si delineano come relazioni insaldabili tra i protagonisti. Un effetto farfalla che unisce le sfaccettature di vite distanti ma inevitabilmente dipendenti l’una dall’altra.

Nella sua memoria erano tutte stanze vista mare, anche quando il mare era un parcheggio e i tetti delle auto erano dorsi di delfini lucenti che sorvegliavano sul naufragio.”

E poi ci sono l’abbandono e il tradimento, a congiungere esistenze equidistanti ma complementari. Un senso di vuoto siderale, con cui le voci narranti convivono, abbandonandosi al fallimento: Irene conclude la psicoterapia dopo anni; Leo viene travolto da un terremoto – ma si salva, proprio per questo, da una situazione senza uscita; Anna e Chiara, gemelle, devono riorganizzare la loro quotidianità a seguito dell’incarcerazione del padre – per frode – e la malattia della madre;  Carlo, in lotta contro i continui tracolli, si destabilizza davanti al confronto con il figlio adolescente; un uomo che lavora per le pompe funebri – e di cui non si dice il nome – si scopre votato a un lavoro che tutti considerano sconveniente.

Comunque. Quello che mi piace del mio lavoro è che i congiunti hanno bisogno di te. Tu arrivi ed entri in queste case ovattate, dove i gesti sono più lenti e le voci più sommesse di fuori. Io la chiamo la membrana. È una consistenza dell’aria, un peso specifico che avvolge tutto.”

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Nessuno dei protagonisti di questa storia – che sono tante, che è una sola – ha la pretesa di una redenzione. Il cerchio che si chiude, in questo libro, è solo un’illusione ciclica che lascia aperte tutte le possibilità e lo fa attraverso le immagini. Come fotografie, Anna Siccardi immortala le scene con arte, regalandole al lettore, che le porta via con sé.

“Irene aveva varcato la breve distanza tra sé e la pietà con tre passi impacciati e aveva verificato che, effettivamente, la campitura di rosso sotto il corpo del Figlio non era altro che la veste della Madre che si apriva in un bel panneggio vermiglio. Aveva rivolto alla dottoressa un sorriso imbarazzato e nel vederla sotto di sé, nella stessa posizione e lo stesso sguardo imperscrutabile della Madre, aveva quasi pensato di adagiarsi su di lei, sul suo grembo, e di finire così la seduta, in una fusione celestiale e catartica.”

PERIODO ADATTO PER LEGGERE “LA PAROLA MAGICA”

Quando si è alla ricerca della matrice originaria delle proprie pene. Quando questa matrice non si trova e la sua mancanza diventa intollerabile. “La parola magica” può aiutarci a capire che, nel momento in cui le cose ci sfuggono di mano, si aprono altre possibilità. E, senza giudicarci, possiamo mettere a tacere i pensieri ricorrenti e cominciare a osservare ciò che ci circonda con uno sguardo lucido e disincantato.

COLONNA SONORA DA ASCOLTARE DURANTE LA LETTURA

Joni Mitchell, nel suo album “Blue”, ha l’energia per farci apprezzare appieno la lettura di questo libro, sospeso fra più realtà simultanee. In particolare, ascoltate “River”, sia nella versione originale che nella cover di Ben Platt, tratta dalla serie tv “The politician”. Nel video che segue il protagonista la canta al funerale del suo amico – che si chiamava, per l’appunto, River.

He tried hard to help me, you know, he put me at ease, and he loved me so naughty, made me weak in the knees, oh I wish I had a river, I could skate away on…”

 

 

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