Pubblicato in: Eppur son donne, Letture Incolte

IL MARITO PASSAPORTO

di Beatrice Galluzzi

PicsArt_02-03-04.27.29Se credete che la vita di 007 – così come ce lʼhanno mostrata nei film, così come ci piace immaginare – sia qualcosa di rocambolesco, allora non sapete cosa ha avuto il coraggio di affrontare questa donna, nei lontani anni ʼ30.

Tutto ha avuto origine fin dalla mia infanzia, quando nutrivo disagio e una profonda e segreta indignazione al momento di obbedire a ordini che non condividevo.”

Una spia, questo si è spesso insinuato fosse Jeanne Clérisse – poi Marga DʼAndurain – una splendida e indomita basco-francese, ma la verità sul suo ruolo nellʼintelligence rimane avvolta nellʼambiguità, così come non hanno mai trovato appiglio le accuse che le sono state rivolte, comprese quelle di omicidio (ben tre).

Nata a Bayonne nel 1893 da una famiglia borghese Marga mostra da subito unʼavversione verso la placida vita di provincia: “Mi chiusero in convento, avevo appena compiuto nove anni. Ahimè! Educatori ed educatrici non sanno trasformare gli animi veramente ribelli con la persuasione, la dolcezza, la bontà, lʼamore. Si affidano alla forza, che è destinata a fallire e che, nel mio caso almeno, non ha riscosso alcun successo.”

La casa editrice Fandango Libri ne ha pubblicato per la prima volta in Italia lʼautobiografia Il marito passaporto (nella traduzione di Maria Concetta Borgese) un quaderno di viaggio scritto della stessa Marga, riferito al periodo in cui si era ostinata ad attraversare il deserto ed essere la prima occidentale a visitare La Mecca. “Mi piaceva quel viaggio scomodo, al suo cospetto la vita normale con tutte le sue comodità è assai noiosa. Odio la monotonia: e lì la evitavo perfettamente.”

Se cʼè una caratteristica che si evince sin dalle prime righe del libro è lʼirremovibilità della DʼAndurain: non può fare il suo pellegrinaggio da sola, in terra straniera, sotto le regole inflessibili dellʼIslam? Allora sposa un beduino e lo utilizza come lasciapassare, come uomo-passaporto. Per farlo, e per intraprendere il suo viaggio, deve sottostare a una burocrazia ostica e spesso forzata. Eppure lei tiene testa a chiunque la intralci, dagli sceicchi agli ufficiali francesi, con una palese sfrontatezza. Stiamo parlando di quasi un secolo fa, stiamo parlando di una donna che si avventura, da sola, tra la Siria e lʼArabia Saudita.

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A sentire lei – o meglio, a leggerla – il suo è un viaggio spinto dalla passione per “i cieli e le albe”, senza alcun fine spionistico. E non si può non crederle, perché lo stupore per la bellezza che descrive, mentre attraversa quelle terre, è limpido e tangibile. “Avevo, non so perché, il presentimento di una minaccia di morte che incombeva su di me. Ma quel cielo impassibile, quel sole travolgente, quel mare liscio mi portavano ad accettarla senza amarezza e senza rimpianti.” È proprio dopo aver attraversato il Mar Rosso che il suo percorso incappa in una sosta obbligata, a Gedda, dove viene rinchiusa in un harem, in attesa del ritorno del marito-passaporto. In tutto il periodo in cui Marga rimane nel gineceo, si sente più che mai prigioniera, proprio perché tediata dai giorni tutti uguali – condizione che non tollera. Osserva il deserto da finestre che non può valicare, come se quella che vede fosse altro che unʼenorme clessidra riempita di sabbia, che scandisce un tempo indefinito. Ma è in questa parte del libro che noi lettori, attraverso le parole di una dissidente, riusciamo ad affacciarci su una vita che non ci è familiare, quella delle donne dellʼharem con cui Marga entra in intimità: “Parlavamo anche dellʼamore fisico, argomento inesauribile; ci si interrogava sulle parti intime dei mariti, sulla loro maniera di procedere e principalmente sul piacere che noi donne proviamo[…]. La loro sensibilità doveva essere atrofizzata, si sposavano troppo giovani e al loro primo rapporto provavano solo dolore con quegli uomini violenti e passionali. Ne parlavano spesso, e non disdegnavano il piacere che potevano procurarsi tra loro: quelle pratiche sono molto diffuse in Hegiaz, mi dissero.” Alle stesse donne, Marga insegna giochi per bambini, passi di danza, e ricama per loro dei fazzoletti, fino a quando il suo finto marito ritorna a prenderla e, inspiegabilmente, muore a causa di un avvelenamento. Marga, incriminata per lʼaccaduto, viene rinchiusa in prigione, lasciata al buio, in un seminterrato pieno di insetti, senza acqua e senza cibo. Nel suo caso, la pena di morte, sarebbe stata espletata tramite la lapidazione. Eppure in qualche modo, si salva. Ma non sono le conoscenze diplomatiche – che di certo hanno giocato un ruolo più che sostanziale – a scagionarla. È la sua ostinazione. Solo aggrappandosi al suo antico senso di rivolta riesce a rimanere viva e, soprattutto, lucida, nonostante la sua vittoria sia solo temporanea. Dopo aver concluso il viaggio di cui parla nel Il marito passaporto, Marga DʼAndurain infatti è costretta a rimpatriare e reinventarsi come  trafficante di opere dʼarte rubate, e spacciatrice dʼoppio. Nel ’48 un suo amante la uccide a bottigliate su di un panfilo, e la getta in mare. Il suo corpo non è mai stato ritrovato.

Con la sua biografia Marga ci regala un esempio di tenace redenzione e lascia aperto il quesito universale a cui lei stessa non ha risposta: “Può esserci un esempio più esemplificativo della piccolezza e della meschinità, della bassa vigliaccheria di quelli che seguono la routine di una vita già tracciata dal giorno della loro nascita, e della loro mancanza di comprensione totale verso la fantasia e lʼindipendenza?”

 

PERIODO IN CUI LEGGERE “IL MARITO PASSAPORTO”

Se vi sentite soggiogati, se – nonostante vi sembri di scavare a fondo – non trovate lo slancio per insorgere, per vincere le persone, o le abitudini, che vi affossano in una terra infertile. La luce, in qualche modo, filtrerà. Lʼha trovata Marga DʼAndurain, in un scantinato fetido, rifiutata al contempo dal mondo occidentale e da quello orientale. E non ha mai abbassato la testa. Se non per cercare un buco da cui poter fuggire.

COLONNA SONORA DA ASCOLTARE DURANTE LA LETTURA 

PJ Harvey è quello che ci vuole, mentre si legge questo libro. L’innata eleganza – nonostante una maschera dark – che la musicista porta sul palco ha a stessa aura seduttiva che circondava la DʼAndurain. Soffermatevi in particolare sul pezzo Ride of me, dal vivo, in cui la cantante esibisce la sua irriverenza cantando “Iʼll make you lick my injuries. Iʼm gonna twist your head off, see.” (Ti farò leccare le mie ferite. Sto per torcerti la testa, guarda.)

 

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